2 giugno, il dogma quasi religioso dello Stato

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di Stefania Piazzo –  Ad un cattolico che santifica le feste, così come ad un attento leader politico, non può sfuggire come Sant’Agostino affermasse che anche gli Stati, così come gli uomini, fossero realtà transitorie. Tutto muta. Tranne la Costituzione, proprio per i cattolici adulti in politica. Infatti il catechismo dei politici cattocomunisti, sancisce che lo  stato è uno  e indivisibile e non potrà mai cambiare. Come Dio è uno è trino, così l’Italia è stata concepita con lo spirito santo. Eppure è venuto giù il muro, l’Unione Sovietica si è dissolta,  qualcuno ci ricorda anche che  la Prussia ci lasciò un po’ prima. Ma l’Italia no. L’Italia non è una forma statale transitoria. E’ eterna. La sua forma di Stato è assoluta, perenne. La forma di Stato è un dogma religioso, da idolatria pagana. Ora lo è anche per i partiti che professano la fede laica del Nord.

Eppure il dogma dell’unità non lo fu nel 1989 per la riunificazione tedesca, non lo fu per la Cechia e la Slovacchia, per le repubbliche della ex Jugoslavia, non lo fu per la Scozia, a cui è stato concesso di votare per la propria indipendenza. E che cerca un secondo referendum. Non lo è per la Catalogna, che si trova davanti al muro spagnolo ancora intriso di controriforma a 500 anni da Galileo. E che attende l’indulto per chi ha osato rivendicare l’autodeterminazione riconosciuta dall’Onu.

I principi vanno bene per l’Onu, per gli altri, ma non per perdere il controllo del potere dell’impero. Si sbagliarono Mitterand e la Teatcher quando pensavano che la Germania unita non poteva essere, e si sbagliava Andreotti affermando “Sono contento che ce ne siano  due”, di Germanie.

Perché gli assetti degli stati  mutano, come gli uomini e seguono, per fortuna, le volontà dei popoli, non dei loro imperatori.

Ma c’è un problema, grande come una casa. L’assenza di una coscienza popolare nei popoli del Nord, forte di questa determinazione nella ricerca della loro libertà, della propria emancipazione dallo stato unitario quando è fine a se stesso.

La dimensione culturale è quella più carente. Un Nord consapevole di sè accelererebbe la propria autonomia. Ma per decenni è stato afono di comunicazione, e lo è anche adesso. Anzi, quel poco che c’era è stato destrutturato colpevolmente.

Forse dobbiamo sperare nel profilarsi di un doppio binario monetario, trovandoci, uniti nella sfiga, nell’euro del Sud? Avremmo sopra la testa  la Germania che si “tirerebbe dietro” tutta l’area forte, Austria, Lussemburgo, Finlandia, Danimarca, e sotto, con la sacra Costituzione, il mediterraneo dei poveri. Uniti nella sorte, uniti nella morte.

Dicono che  non sono le costituzioni e le leggi che fanno i popoli ma i popoli che fanno le costituzioni e le leggi, ma qui funziona l’esatto contrario.

Da ultimo, nel 2017 (un’era geologica fa) il 2 giugno, Salvini non fece celebrare la festa della Repubblica ai suoi sindaci. Per protesta contro i prefetti e la politica dell’immigrazione. Perfetto. Presentandosi poi con un simbolo nuovo, nazionale, da Nord a Sud, con la parola Lega, laddove l’unità è sancita dai prefetti. Strano ma vero.

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