11 settembre, cosa è rimasto?

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di Stefania Piazzo – Era un pomeriggio caldo. Dopo la pausa pranzo salì in ufficio il Difer, Di Ferdinando, il collega che si occupava di esteri. Mi disse: ho bisogno di una mezza pagina in più, pare che un piper si sia schiantato sulle Torri Gemelle. Cambiai al volo canale sulla tv, andai sulla Cnn. Chiamai gridando subito indietro il Difer: Fermati, ribaltiamo tutto. Ero allora caporedattore del politico, degli esteri ed economia alla vecchia Padania. Con una mano il telefono per cercare il direttore, allora Giuseppe Baiocchi, che non rispondeva, era a casa in pausa, dall’altra gli occhi che guardavano con orrore la tragedia in diretta, dall’altra ancora la ricerca del caporedattore dell’ufficio centrale che era uscito al volo a fare la spesa… Stava venendo giù il mondo e mi trovai per la prima volta a decidere da sola cosa fare. Riunione di redazione, nuovo timone. Il primo di una lunga serie di schizofrenici cambiamenti. Una collega, in corta, rientrò in redazione. Fu un giorno di cronaca dal fronte. Mai avevamo raccontato una guerra.

L’11 settembre io lo ricordo così. Davanti ad una televisione, davanti alle agenzie, a capire come rincorrere un cataclisma che avrebbe cambiato tutto. La solidità dell’occidente, le certezze, le sicurezze, le idee. I diritti, la democrazia. Avevamo dormito. Eravamo stati sonnambuli. E ancora oggi lo siamo. Come in ogni conflitto, tutto ciò che esplode è l’evoluzione di distrazioni e negligenze, sottovalutazioni. E’ il crollo delle identità, sono le fessure in cui passa il male. Sono i cedimenti in nome dei diritti degli altri. Le concessioni che la storia propone perché la “tua” libertà” deve avere spazio e per farsi spazio devo cederti la mia. Sui valori, sui principi, concessioni imperdonabili.

Photo by Jason McCann 

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