SPAZIO 1999, la terra promessa di Roberto e C.: meno politici di professione, meno profittatori e meno affaristi in giro

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di Giancarlo Pagliarini (da la Padania del 5 maggio 1999) – Domenica mattina ero con tantissimi altri in Via Carpi a salutare Roberto, a firmare il registro che avevano messo nello stretto androne della casa dove abitava, ad accompagnarlo in silenzio nella chiesa di Piazza San Giovanni e a non riuscire più a trattenere le lacrime quando è finito il bellissimo “ultimo canto” e nella chiesa c’è stato un lungo attimo di profondo silenzio.

E poi fuori in piazza a salutarlo per l’ultima volta e ad applaudirlo con convinzione mentre se ne andava.

Roberto ha lasciato la sua casa di Via Carpi sulle spalle di Giuseppe Leoni, di Ivan Carcano e degli altri amici. Prima un prete ha parlato di lui, lo ha ricordato davanti alla sua casa. Non ho seguito tutto il discorso perché quando ho sentito questa frase: “Roberto la tua terra promessa….” ho smesso di ascoltare quello che diceva il prete e mi sono messo a pensare alla terra promessa di Roberto.

Dove puoi lasciare le chiavi nella macchina e la porta di casa aperta, non perché per miracolo sono diventati tutti bravi e onesti, ma perché c’è lavoro per tutti, e la giustizia funziona.

Dove chi vuole parla con Dio direttamente, e chi invece vuole si fa guidare da uomini di fede e di buona volontà che dedicano tutta la loro vita a questa missione. Dove chi vuole ha un altro Dio. E dove ci sono anche quelli che riescono a vivere senza sentire il bisogno di un Dio. Ma queste differenze non fanno nessuna differenza nella vita sociale perché la libertà e il rispetto per le idee diverse dalle nostre idee sono i valori della terra promessa di Roberto, che non è quest’Italia.

Dove non si lavora e non si vendono i propri prodotti perché si fa parte di questo o di quel gruppo o perché si è bravi a corrompere e ci sono tanti disposti a farsi comperare.

Dove non si trova un impiego e non si fa carriera perché sei abile a vendere fumo o perché hai questi o quei santi in paradiso o perché sei bravo ad inginocchiarti e a baciare una o tante mani, o perché hai avuto la raccomandazione di un prete, di un parente o di un dirigente di un partito. Ma “solamente” perché ti impegni e lavori bene. Si, perché nella terra promessa di Roberto l’impegno e la capacità sono capiti e riconosciuti. E quelli che chiedono raccomandazioni e favori non vengono mai ascoltati.

Dove se lavori male perché non ce la fai ti danno mansioni più semplici, ma se lavori male perché non ti impegni allora te ne rimani a casa e lasci il tuo posto a qualcun altro.

Dove i pochi che non hanno lavoro sono aiutati e mantenuti dalla collettività, non con il debito pubblico ma con i soldi delle tasse dei cittadini, senza indebitare i figli e quelli che non sono ancora nati.

Dove quelli che non hanno lavoro sono aiutati finché non si trovano lavori anche per loro, adatti alla loro età e alle loro caratteristiche: e tutti, anche i sindacati, sono d’accordo che se non accettano quei lavori la collettività smette di aiutarli e di mantenerli.

Pensavo a queste e a tantissime altre caratteristiche di quella terra promessa che Roberto aveva cercato di realizzare con centinaia di progetti di legge che lui aveva scritto di suo pugno. Che aveva cercato di realizzare con le correzioni ed i suggerimenti che proponeva ai nostri progetti, per i quali chiedevamo sempre il suo “controllo qualità” perché ci fidavamo più di lui che di noi stessi. Quella terra promessa che aveva in piccola parte già realizzato, perché lui ci credeva davvero ed aveva offerto in tutti i giorni della sua vita l’esempio di se stesso.

E poi guardavo le facce della folla che ha accompagnato Roberto in chiesa. Grugnetti, la Pinuccia, Matteo Salvini con gli occhiali neri per nascondere il dolore. Ed ho proprio pensato che la terra promessa siamo noi. Ci fossero meno politici di professione, meno profittatori e meno affaristi in giro per le nostre terre ed a rappresentarci fuori della Padania e ci fossero invece più uomini come Roberto, capaci di lavorare per gli altri, di ascoltare, di capire i valori della gente che è nata dalle nostre parti e di farli diventare le nostre leggi. Ci fossero tanti altri come Roberto Ronchi.  

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