La lettera dei medici dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo al New England Journal of Medicine

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di Stefania Piazzo – Arriva come una bomba sul sistema sanitario, sulla gestione dell’emergenza la lettera che i medici dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergano hanno inviato alla rivista scientifica New England Journal of medicine. Raccontano quello che accade, ciò che vivono gli operatori sanitari tutti i giorni. Va letta, divulgata, perché chi governa rifletta sugli errori, rimedi nel presente e anticipi con misure adeguate la tutela della salute pubblica. Competenza, conoscenza. La politica non sarà più la stessa dopo la pandemia. Si spera.

“Lavoriamo all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, una struttura all’avanguardia con 48 posti di terapia intensiva. Nonostante Bergamo sia una città relativamente piccola, è l’epicentro dell’epidemia con 4305 casi, più di Milano e di qualsiasi altro comune nel paese.

Il nostro ospedale è altamente contaminato e siamo già oltre il punto del collasso: 300 letti su 900 sono occupati da malati di Covid-19. Più del 70% dei posti in terapia intensiva sono riservati ai malati gravi di Covid-19 che abbiano una ragionevole speranza di sopravvivere.

La situazione è così grave che siamo costretti a operare ben al di sotto dei nostri standard di cura. I tempi di attesa per un posto in terapia intensiva durano ore. I pazienti più anziani non vengono rianimati e muoiono in solitudine senza neanche il conforto di appropriate cure palliative. Le famiglie non possono avere alcun contatto coi malati terminali e sono avvisate del decesso dei loro cari per telefono, da medici benintenzionati ma esausti ed emotivamente distrutti.

Nelle zone circostanti la situazione è anche peggiore. Gli ospedali sono sovraffollati e prossimi al collasso, e mancano le medicazioni, i ventilatori meccanici, l’ossigeno e le mascherine e le tute protettive per il personale sanitario. I pazienti giacciono su materassi appoggiati sul pavimento.

Il sistema sanitario fatica a fornire i servizi essenziali come l’ostetricia, mentre i cimiteri sono saturi e (l’accumulazione dei cadaveri, ndt) crea un ulteriore problema di salute pubblica.

Il personale sanitario è abbandonato a se stesso mentre tenta di mantenere gli ospedali in funzione. Fuori dagli ospedali, le comunità sono parimenti abbandonate, i programmi di vaccinazione sono sospesi e la situazione nelle prigioni sta diventando esplosiva a causa della mancanza di qualsiasi distanziamento sociale.

Siamo in quarantena dal 10 marzo. Purtroppo il resto del mondo sembra non essersi accorto che a Bergamo l’epidemia è fuori controllo.

I sistemi sanitari occidentali sono stati costruiti intorno al concetto di patient-centered care (un approccio per cui le decisioni cliniche sono guidate dai bisogni, dalle preferenze e dai valori del paziente, ndt). Ma un’epidemia richiede un cambio di prospettiva verso un approccio community-centered care. Stiamo dolorosamente imparando che c’è bisogno di esperti di salute pubblica ed epidemie. A livello nazionale, regionale e di ogni singolo ospedale ancora non ci si è resi conto della necessità di coinvolgere nei processi decisionali chi abbia le competenze appropriate per contenere i comportamenti epidemiologicamente pericolosi.

Per esempio, stiamo imparando che gli ospedali possono essere i principali veicoli di trasmissione del Covid-19, poiché si riempiono rapidamente di malati infetti che contagiano i pazienti non infetti. Lo stesso sistema sanitario regionale contribuisce alla diffusione del contagio, poiché le ambulanze e il personale sanitario diventano rapidamente dei vettori. I sanitari sono portatori asintomatici della malattia o ammalati senza alcuna sorveglianza.

Alcuni rischiano di morire, compresi i più giovani, aumentando ulteriormente le difficoltà e lo stress di quelli in prima linea.

Questo disastro poteva essere evitato soltanto con un massiccio spiegamento di servizi alla comunità, sul territorio. Per affrontare la pandemia servono soluzioni per l’intera popolazione, non solo per gli ospedali.

Cure a domicilio e cliniche mobili evitano spostamenti non necessari e allentano la pressione sugli ospedali. Ossigenoterapia precoce, ossimetri da polso, e approvvigionamenti adeguati possono essere forniti a domicilio ai pazienti con sintomi leggeri o in convalescenza. Bisogna creare un sistema di sorveglianza capillare che garantisca l’adeguato isolamento dei pazienti facendo affidamento sugli strumenti della telemedicina.

Un tale approccio limiterebbe l’ospedalizzazione a un gruppo mirato di malati gravi, diminuendo così il contagio, proteggendo i pazienti e il personale sanitario e minimizzando il consumo di equipaggiamenti protettivi.

Negli ospedali si deve dare priorità alla protezione del personale medico. Non si possono fare compromessi sui protocolli; l’equipaggiamento deve essere disponibile. Le misure per prevenire il contagio devono essere implementate massicciamente, in tutti i luoghi compresi i veicoli. Abbiamo bisogno di strutture ospedaliere interamente dedicate al Covid-19 e separate dalle aree non contagiate.

Questa epidemia non è un fenomeno che riguarda soltanto la terapia intensiva, è una crisi umanitaria e di salute pubblica. Richiede l’intervento di scienziati sociali, epidemiologi, esperti di logistica, psicologi e assistenti sociali. Abbiamo urgente bisogno di agenzie umanitarie che operino a livello locale.

L’OMS ha lanciato l’allarme sugli allarmanti livelli di inazione (dei paesi occidentali, ndt). Sono necessarie misure coraggiose per rallentare l’infezione. Il lockdown è fondamentale: in Cina il distanziamento sociale ha ridotto la trasmissione del contagio di circa il 60%. Ma non appena le misure restrittive saranno rilassate per evitare di fermare l’economia, il contagio ricomincerà a diffondersi.

Abbiamo bisogno di un piano di lungo periodo per contrastare la pandemia.

Il coronavirus è l’Ebola dei ricchi e richiede uno sforzo coordinato e transnazionale. Non è particolarmente letale, ma è molto contagioso. Più la società è medicalizzata e centralizzata, più si diffonde il virus.

La catastrofe che sta travolgendo la ricca Lombardia potrebbe verificarsi ovunque.

Mirco Nacoti , MD
Dipartimento di Anestesia e Terapia Intensiva, Unità di Terapia Intensiva Pediatrica, Ospedale Papa Giovanni XXIII, Bergamo, Italia
Andrea Ciocca , MEng
Associazione Sguazzi, Bergamo, Italia
Angelo Giupponi , MD
Pronto soccorso, Ospedale Papa Giovanni XXIII, Bergamo, Italia
Pietro Brambillasca , MD
Dipartimento di Anestesia e Terapia Intensiva, Ospedale Papa Giovanni XXIII, Bergamo, Italia
Federico Lussana , MD
Unità di trapianto di ematologia e midollo osseo, Ospedale Papa Giovanni XXIII, Bergamo, Italia
Michele Pisano , MD
Dipartimento di Chirurgia Generale, Ospedale Papa Giovanni XXIII, Bergamo, Italia
Giuseppe Goisis , PhD
Associazone Compagnia Brincadera, Bergamo, Italia
Daniele Bonacina , MD
Anestesia pediatrica e terapia intensiva, Ospedale Papa Giovanni XXIII, Bergamo, Italia
Francesco Fazzi , MD
Anestesia pediatrica e terapia intensiva, Ospedale Papa Giovanni XXIII, Bergamo, Italia
Richard Naspro , MD
Dipartimento di Urologia, Ospedale Papa Giovanni XXIII, Bergamo, Italia
Luca Longhi , MD
Terapia neurointensiva, Ospedale Papa Giovanni XXIII, Bergamo, Italia
Maurizio Cereda , MD
Anestesiologia e terapia intensiva, Perelman School of Medicine, Università della Pennsylvania
Carlo Montaguti , MD
Center Medico Social Focolari, Man, Costa d’Avorio
Ringraziamenti
Michael Scott, MB ChB, Lee A. Fleisher, MD, e Giuseppe S. Savino, MD, Dipartimento di Anesthesiology and Critical Care, Perelman School of Medicine, University of Pennsylvania. Infermieri, assistenti infermieristici, tecnici e servizi ambientali dell’ospedale Papa Giovanni XXIII e di tutti i servizi sanitari nei dintorni di Bergamo, Italia.

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