Caso camici: legale Dini, vuole donare i 25mila dissequestrati. Ma centrale acquisti di Lombardia non li accetta

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Nuovo sviluppo sulla vicenda camici che ha agitato la cronaca giudiziaria del coronavirus in Lombardia nella prima ondata della pandemia. Andrea Dini, titolare di Dama spa e indagato nell’inchiesta della Procura di Milano sul ‘caso camici’, “auspica”, come ha chiarito il suo legale Giuseppe Iannaccone, “il superamento della situazione di stallo” che si è creata dopo che ha espresso la sua volontà di donare ad Aria, centrale acquisti regionale, i circa 25 mila camici che erano stati dissequestrati nelle scorse settimane dai pm.

Una donazione che al momento, infatti, non è stata accettata da Aria. Lo scorso 16 ottobre, il titolare di Dama ha inoltrato una lettera ad Aria esprimendo la volontà di donare quei camici che prima erano custoditi, come corpo del reato, in un magazzino nella disponibilità dell’autorità giudiziaria. E costituivano, come ricostruito dalle indagini, il lotto non consegnato della fornitura ad Aria di 75 mila pezzi che l’azienda di Dini, cognato del governatore Fontana, ha trasformato in corso d’opera in donazione.

Dini ha ricevuto un’ultima risposta il 17 novembre da Aria nella quale la centrale acquisti chiarisce i motivi per i quali ritiene di non poter accettare al momento quella donazione. E fa riferimento, tra le altre cose, alla “mancata chiarezza” sul contenuto del provvedimento di dissequestro della Procura e al fatto che sta aspettando chiarimenti dalla stessa Procura. Dini, chiarisce il suo difensore, “auspica il superamento della situazione di stallo semmai con un diniego formale che gli consenta poi di donare i camici ad altri enti pubblici”. O comunque è “disponibile anche a valutare altre forme”, ma vuole comunque “donare” quei camici.

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