La lettera – La Cina ingoierà la Russia. E noi che fine faremo?

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Alla c.a. Direttore La Nuova Padania Stefania Piazzo

La Cina ingoierà la Russia. E noi che fine faremo?

La Cina ingoierà la Russia. Concordo direttore con la sua analisi espressa nell’articolo Samarcanda – Mosca perdente, satellite di Pechino che fa shopping per la “granitica amicizia”. Come già previsto. La guerra in Ucraina, la posizione dell’Europa e le sanzioni stanno certamente contribuendo allo spostamento degli equilibri geopolitici. Ma anche le condizioni generali socioeconomiche e demografiche della Russia contribuiscono a questo fenomeno.

Per molti sovranisti “nostrani” la Russia rappresenta la “tradizione”. I simpatizzanti dei nazional-bolscevichi alla Dugin sognano ancora il sistema feudale del Sacro Romano Impero perché basato sulle” gerarchie”. Un mondo “dove ognuno sta al suo posto” garantendo stabilità e tranquillità sociale e morale.

A me appare come una illusione fuorviante. In realtà, la civiltà occidentale è basata sulla ciclica “rottura” con la tradizione, come spiega chiaramente Gustave Le Bon nella “Psicologia delle Folle” e, in sostanza, anche Erasmo Da Rotterdam nel fondamentale “Elogio della follia”. È il nostro “pazzo” spirito barbaro che, ogni tanto, ci impone di ribellarci, sovvertire l’ordine sociale e politico e, infine, cambiare le regole. Per progredire.

Le mie considerazioni sulla Russia prescindono dalle valutazioni sulla guerra in Ucraina. Personalmente, ritengo un grave errore inviare armi all’Ucraina piuttosto che favorire un negoziato tra le parti “hic e nunc”. Le “guerre infinite” non portano a buoni risultati. In questo senso, senza per questo considerarmi un “putiniano”, condivido talune osservazioni di Papa Francesco («Cos’ha scatenato questa guerra? Probabilmente l’abbaiare della Nato alla porta della Russia… Un’ira che non so dire se sia stata provocata, ma facilitata forse sì»).

La potenza della Cina risiede nel “numero”. Per i cinesi è solo una questione di “tempo”, anche centinaia di anni, qualora fosse necessario. Il vero problema per noi è che, nella loro cultura millenaria, i cinesi non hanno sviluppato una cultura della democrazia paragonabile alla nostra. Questa situazione, allo stato attuale, non può creare una pacifica forma di “sintesi”. In particolare, qualcosa di simile a quella sintesi “romano-barbarica” che ha portato all’uomo occidentale moderno. Noi non siamo diretti “discendenti dei romani”, secondo una fascistica visione della storia, ma “barbari romanizzati”.

La nostra identità di europei occidentali si è formata compiutamente nel medioevo, dopo la fase dei regni appunto cosiddetti “romano-barbarici”. Negli ambienti tradizionalisti ci si illude che “fare tanti figli” e impedire l’aborto possa salvare la civiltà occidentale. Affrontano la questione da un illusorio punto di vista “zootecnico”. Ma non abbiamo i numeri per creare questi “allevamenti”. E poi, molto semplicemente, tanti uomini e tante donne, in questa condizione moderna, non vogliono fare figli e non devono certo dare spiegazioni per le loro scelte. Per i tradizionalisti il problema è quindi “contrastare la denatalità”. In realtà, il genere umano, nel mondo, non è mai stato così prolifico. Qui purtroppo, secondo me, si riscontra una limitata comprensione strategica del fenomeno.

La vera “mission” politica identitaria dovrebbe essere quella di preservare e tramandare la nostra civiltà e non quella “zootecnica”, impossibile allo stato attuale dei numeri della statistica demografica mondiale, di perpetuare la nostra “etnia”.

In questo senso, prendo ad esempio il film Gran Torino” di Clint Eastwood. Il finale del film ha un significato simbolico che si riferisce al futuro del cosiddetto “occidente”Il protagonista, il polacco-americano Walt Kowalski, reduce della guerra di Corea, vive infatti a Detroit, da molto tempo chiusa in una profonda crisi economica e sociale. È un uomo del passato dai tratti quasi anacronistici che, con molta difficoltà, cerca di capire il presente. Si sente “circondato” dai nuovi immigrati di origine orientale che stanno “invadendo” il suo quartiere. Kowalski lascerà in eredità al giovane Thao di etnia Hmong, ovvero, metaforicamente, alle nuove generazioni di immigrati, la sua Ford Gran Torino come simbolo dell’idea americana di libertà e intraprendenza. Il protagonista, infatti, dopo un approccio “burbero” e diffidente, constaterà che questi nuovi immigrati sono più desiderosi di progredire degli apatici figli e nipoti, ovvero, le nuove generazioni di “americani bianchi”.

Non vorrei essere frainteso. Personalmente sono per una visione politica sociale, laica, pragmatica ancorché fortemente identitaria. Sono per una concreta visione politica che possa evitare il “suicidio occidentale”, ricordando il titolo di un recente libro di Federico Rampini. Ma, in questo senso, ritengo banale, semplicistico e fuorviante urlare “NO ALL’IMMIGRAZIONE” (magari in spagnolo), quando poi, nella realtà, nelle fabbriche, nei cantieri, nei ristoranti e nei campi gli immigrati rappresentano una parte cospicua dei lavoratori. Senza parlare delle scuole.

Dobbiamo cominciare a pensare, soprattutto in rapporto con la Cina, ad un nuovo sincretismo culturale più che ad illusorio programma eugenetico in stile “Progetto Lebensborn”.

Studiare Confucio e farlo diventare un po’ occidentale…magari biondo con gli occhi azzurri!

Cordiali saluti

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