Fallita è l’Italia, non la Padania. Una confederazione delle regioni del nord per combattere il centralismo

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di Giulio Gusmini – La pandemia dilaga e all’orizzonte sembrano non esserci più prospettive. Il governo di questo stato è in preda ad una crisi nevrotica, incapace di agire, in balia di DPCM che cambiano giornalmente.
L’unico spiraglio di luce è rappresentato da un vaccino del quale non sappiamo i possibili effetti collaterali a lungo termine.

Ora non voglio essere catastrofista, tuttavia la vera crisi non è ancora arrivata.
I giornali ci parlano dei 209 miliardi dall’Europa come della panacea per tutti i mali che verranno. Eppure vedo che nessuno fa i conti con il bilancio dello stato italiano del 2021. Infatti se quest’anno tra una storia e l’altra Roma è riuscita a tirare il fiato, l’anno prossimo, con i crolli dei fatturati 2020 ci sarà una vera e propria voragine di bilancio.

Il debito  schizzerà alle stelle e gli interessi da pagare su questi saranno praticamente insostenibili, soprattutto di fronte ad una economia che non si sarà ancora ripresa.  Come faremo a mantenere l’esercito di assistiti che campano grazie alle elargizioni pubbliche?


Eppure ci parlano dei 209 miliardi (di cui buona parte  poi si dovrà restituire) come di un tesoretto che ci potrà far fare il grande salto. Quale mera illusione!
Pure a Roma lo sanno che questo paese chiamato Italia ,che era già moribondo, con la pandemia è ufficialmente fallito.
La fine dello stato italiano quale entità sovrana con il recovery fund e probabilmente il Mes cesserà di esistere. L’Europa necessariamente dovrà in qualche modo prenderne il controllo per vigilare la spesa di questi soldi.

Quindi quello che dicevamo da tempo infine si è realizzato. Tuttavia dobbiamo dirlo: fallita è l’Italia, ma non la Padania.
Le regioni padane lasciano ogni anno un residuo fiscale a Roma ogni anno di circa 100 miliardi. Ripeto 100 miliardi!


Possibile che le genti del nord non capiscano il paradosso?? Significa che in due anni avremmo il nostro recovery fund senza nemmeno l’intervento europeo , ma direttamente pagato da noi.


Ecco, in questa crisi pandemica ovviamente la furia accentratrice di Roma si sta abbattendo sui territori come forse solo durante il periodo fascista ha fatto. Già parlano di modifica del titolo V per riportare quel poco di potere locale  di nuovo nelle mani del governo centrale.

Le legittime richieste di autonomia sono state  ufficialmente archiviate.  
Ma questo è una naturale reazione di fronte alla coscienza dell’ineluttabile crisi. Fonti del sole 24 ore parlano di migliaia di cartelle esattoriali pronte a partire, le tasse che sono state rinviate dovranno essere saldate, il blocco dei licenziamenti non potrà essere prorogato per sempre, e non mi dilungo oltre.
Su di una cosa è vera: il regionalismo così com’è stato in questi anni va cambiato. Ma che la soluzione sia un neocetralismo di ispirazione fascio romana Dio ce ne scampi.

Il nord ha una possibilità. Ovvero unire le forze. E unire le forze significa confederarsi. Una confederazione di fronte allo strapotere centrale. Solo una confederazione delle regioni del nord avrebbe la forza di controbilanciare  il peso politico  dello stato romano. La costituzione lo prevede. L’Europa lo appoggerebbe. Non parliamo di macroregione. Parliamo di una confederazione di regioni del nord  che, in seno allo stato italiano, faccia valere i propri interessi comuni e quelli dei loro cittadini.

Una confederazione dentro la quale ogni singola regione mantenga le proprie funzioni. Ma solo unendoci si potrà far valere i nostri interessi. E’ un appello che faccio in primis a tutti i gli autonomisti ed indipendentisti di tutte le sigle politiche, affinché unendosi anch’essi in questo progetto si possa arrivare ad una stesura di una CARTA di CHIVASSO da proporre allo stato in difesa dei nostri diritti. Ed infine un appello ai governatori stessi.

Non ci sono alternative. Morire italiani o sopravvivere confederati.

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