Bianchini: Cosa chiedono le studentesse in minigonna?

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Caro direttore,
nella situazione disastrosa della nostra scuola, che nessuno governa più da 40 anni, ogni giorno vediamo piccole metastasi manifestarsi ovunque. Presidi che fanno da sé, regioni che legiferano contro il governo e poi un tribunale che dà loro ragione. Tutti gridano per aver ragione ed è proprio questa la situazione peggiore: il caos.

Su tutti i giornali si parla delle ragazze del liceo di Roma che per protestare contro una richiesta di maggiore decoro proveniente dalla vicepreside vanno a scuola quasi tutte in minigonna.

La scusante non manca ed è persino valida. La vicepreside (chissà perché non il preside?) avrebbe detto che coprire di più le gambe è necessario altrimenti ai professori “cade l’occhio”. Un argomento penoso ed umiliante per tutto il corpo docente che mi spiego solo con un “eccesso di zelo” filo-femminista.

Secondo la mia esperienza non è certo la prima volta che vari insegnanti hanno segnalato l’eccesso di abiti che potremmo definire vacanzieri. La vicepreside, chiedendo alle alunne più decoro, avrebbe manifestato comprensione e vicinanza per la loro libertà e la loro espressività, se non fosse che – purtroppo – ci sono appunto i docenti uomini a cui “cade l’occhio”.

Ma in questo modo, credendo forse di rendere più accettabile la richiesta, non ha fatto altro che rinforzare eccessi che paiono inopportuni, perché difficilmente sostenibili nel tempo. L’altro lato della medaglia – quello umiliante per i docenti – è che vengono equiparati, con l’argomento dell’occhio “che cade”, a guardoni carichi di libidine i quali possono turbarsi o temere la nudità femminile, che invece sotto sotto agognano. Sono questi i colleghi della vicepreside che valutano quelle studentesse?

Ci sarebbe un argomento semplicissimo da usare per regolare in linea di principio l’abbigliamento consono. E sarebbe la necessità di adeguarsi al contesto. Nessuno può negare che le vesti debbano essere collegate all’ambiente in cui si collocano e che la spiaggia è un conto, la casa un altro e il lavoro – la scuola – un altro ancora.

Ma questo argomento ne introduce subito un altro e cioè a chi spetti il controllo dell’adeguatezza.

A scuola ovviamente dovrebbe spettare ai docenti e al preside. O meglio, il regolamento di istituto da 25 anni è competenza dei consigli di istituto, in cui sono rappresentati alunni (alle superiori), genitori e docenti. E chi deve applicare i regolamenti? Ovviamente la prima osservazione spetta ai docenti. Ma i docenti sono diversi. Io avevo docenti che stavano seduti sulla cattedra ed altri che chiedevano agli alunni di alzarsi al loro ingresso all’inizio della lezione. E allora ci sarebbero diverse interpretazioni, contrasti ed anche differenze tra scuola e scuola. Più in generale, oltre l’episodio in questione, il timore della controversia insolubile oggi domina incontrastato. Infatti per risolvere le controversie ci vuole un arbitrato che veda un giudice misurarsi con le due parti oppure un ritorno ad una temutissima gerarchia sociale.

La soluzione risolutiva sarebbe una divisa scolastica, ma non di istituto, bensì uguale in tutta le scuole della Repubblica. Mancando il coraggio di adottare questa soluzione, ogni discorso finisce lì, e prosegue così una lotta rituale contro richieste ritenute arbitrarie dei dirigenti. Una situazione ingovernata ed ingovernabile dunque, preferita comunque rispetto all’idea di una gerarchia sociale ben insediata.

La cosa a mio parere più strana è che con decine di migliaia di docenti mancanti, mancanza di direttive vere, concrete e sicure, una discontinuità dei docenti ormai regola costante, un orario quotidiano delle lezioni insostenibile, la “lotta” di studenti e studentesse si scateni contro l’autoritarismo “estetico”.

E a loro difesa non si vede una sardina in giro.

La realtà è che nessuno si occupa realmente degli studenti, tutta l’organizzazione scolastica prescinde da loro nonostante la retorica che li vuole “al centro” e ovviamente loro lo capiscono, lo sentono nel profondo dell’essere. E quando il rito educativo divenuto ormai stanca finzione entra timidamente in azione, difendono i loro ultimi diritti. Tra cui quello di vestirsi a piacimento.

E i docenti? Intellettualmente ignorati, nessuno chiede loro nulla, salvo entrare in classe a galleggiare civilmente senza mete vere e senza criteri veri di organizzazione, valutazione, verifica e riconoscimento del loro lavoro.

Mentre i presidi sono lasciati soli senza direttive puntuali e concrete, in preda alle reazioni più o meno imprevedibili di qualche alunno o genitore e degli articoli di giornale.

Quello del nudismo incipiente è però un terreno particolarmente scivoloso. Tutti lo temono. Si sa che gli alti livelli della classe al potere sono liberisti. Nel 1976 Lotta Continua proclamò per il 15 agosto una giornata di nudismo “antifascista” contro “la fascistizzazione dello stato”.

I ribelli di allora oggi sono al potere. Allora al governo c’era ancora il “becero moralismo fanfascista” e la lotta politica era, in Italia, la nobile bandiera che depistava l’attenzione di fronte all’avanzata della rivoluzione sessuale. La quale ormai ha quasi completamente vinto in occidente, ma non contenta deve ancora ammantarsi della difesa della dignità della donna.

La rivoluzione sessuale, con l’annientamento della famiglia e di tutta la gerarchia sociale salvo quella aziendale, è giunta ormai al successo in tutto l’occidente. Bisogna cominciare a metterla apertamente nel mirino per poter almeno resistere. Chi lo farà sarà subito etichettato dai soliti moralisti immorali che hanno abbindolato e messo in soggezione perfino la Chiesa cattolica. Però è ora di farlo.

Scritto gentilmente inviato dall’autore a lanuovapadania e pubblicato anche su ilsussiardio.net

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