Irlanda del Nord al voto. In gioco il commercio marittimo e l’indipendenza da Londra

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L’Irlanda del Nord e’ chiamata, oggi, a eleggere i 90 rappresentanti del parlamento locale, la cosiddetta Assemblea dell’Irlanda del Nord, e potrebbe trattarsi di una tornata elettorale dalla portata storica. Le previsioni danno infatti in vantaggio il partito Sinn Fein che, tradizionalmente, supporta l’idea di una riunificazione delle due Irlande, e che dunque potrebbe trovarsi nella posizione di eleggere il primo ministro. Sarebbe un evento senza precedenti.

L’Irlanda del Nord nasce infatti nel 1921 con lo scopo di avere una maggioranza permanente cosiddetta unionista, e cioe’ a favore dell’unione con la Gran Bretagna. In realta’ pero’, il consenso dei principali partiti unionisti si e’ eroso nel tempo, toccando il minimo storico con le elezioni del 2017. Le ragioni del declino sono molteplici. Da una parte un cambiamento sociale emerso dal census del 2021, e cioe’ che le famiglie cattoliche, tendenzialmente a favore di un’Irlanda unita, sono oggi la maggioranza nel Paese. Dall’altra, l’incrinatura dei rapporti fra il Dup, il Partito democratico unionista che ha avuto la maggioranza per ben 25 anni, e il Partito conservatore di Johnson. Il pomo della discordia e’ ovviamente la Brexit e, in particolare, il protocollo firmato dal Regno Unito e dall’Unione europea.

In base agli accordi, la barriera commerciale col Continente cade nel mare d’Irlanda, relegando di fatto il Paese in una specie di limbo commerciale, nel quale risponde ancora alle regole europee. In gioco c’e’ la crisi identitaria e costituzionale dell’Irlanda del Nord: ne’ con l’Unione europea, ne’ completamente con la Gran Bretagna.

Il leader del Dup, Jeffrey Donaldson, si sente tradito da Downing Street e insiste sulla necessita’ di spostare il confine sulla terra. “Il protocollo dell’Irlanda del Nord ha cambiato il nostro stato costituzionale e non possiamo ignorarlo” ha dichiarato in un dibattito televisivo. Gli attuali accordi fra Unione europea e Regno Unito sono aspramente contestati da tutti i partiti unionisti. Sono infatti visti come un indebolimento del legame con il resto del Regno Unito e una minaccia di riunione con la Repubblica d’Irlanda. In questo scenario, una eventuale vittoria del Sinn Fein getterebbe ulteriore benzina sul fuoco. Michelle O’Neill, leader del partito, ha dichiarato che la sua priorita’ e’ dimostrare che un cambiamento e’ possibile. Non ha alzato il tono del dibattito politico e sembra consapevole dell’estrema delicatezza della situazione. Durante la campagna elettorale non ha infatti mai espresso l’intenzione di promuovere l’agognato progetto dell’unita’ irlandese, concentrandosi piuttosto sul costo della vita, la crisi abitativa e l’assistenza sanitaria.

Se Sinn Fein dovesse vincere, i partiti unionisti dovranno unire le forze per contrastarlo. Il rischio e’ uno stallo politico senza precedenti in un momento cruciale delle relazioni con l’Europa. Il Dup non ha ancora dichiarato apertamente se appoggerebbe o meno un primo ministro del Sinn Fein, ma secondo lo storico accordo del Venerdi’ Santo, un rifiuto a collaborare da parte del Dup potrebbe impedire la formazione del governo, gettando il Paese nel caos. La vittoria del Sinn Fein e’ dunque piu’ simbolica che altro e poco potra’ essere fatto senza il sostegno dei partiti unionisti. Resta pero’ il fatto che si tratterebbe di un evento dal significato storico. (fonte Agi)

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