Recovery Fund, la priorità della crisi economica post pandemia è la parità di genere

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di Carlo Andreoli – Martedì 13 ottobre le Camere hanno discusso le priorità da definire per l’utilizzo del Recovery Fund e possiamo dormire sogni tranquilli sapendo che il punto focale è stato la ripresa del Paese, ma non iniziando da politiche di ripartenza per le imprese, sostegno economico per i liberi professionisti o la tanto promessa riforma del sistema fiscale.

L’intergruppo della Camera per le donne, composto da circa 70 deputate di diversi partiti eccetto Lega e FdI, ha redatto ed inviato a tutti i capigruppo della Camera un documento “affinché i progetti finanziati dal Recovery Fund, che saranno presentati dal Governo, tengano conto di questo obbiettivo centrale: l’uguaglianza di genere”, queste le parole di Laura Boldrini (coordinatrice dell’intergruppo) per spiegare l’iniziativa politica.

Infatti anche il Next Generation EU sarebbe sessista in quanto “si concentra sugli stimoli economici ai settori con ampie quote di occupazione maschile” citando Azzurra Rinaldi (economista all’Unitelma Sapienza e coautrice dello studio NewGenerationEu leaves women behind lanciato Dai Verdi), che prosegue affermando “Il nostro studio ha evidenziato come tutto il NextGenerationEU sia gender blind, ma le politiche nei fatti non lo sono mai. Considerando che in genere si tratta di norme redatte da maschi bianchi e di mezza età, si possono già trarre delle conclusioni”.

Insomma, metà dei fondi del Recovery Fund deve essere destinato alla questione di genere ed ai diritti delle donne, questo è quanto chiede il movimento Il Giusto Mezzo, sceso a manifestare in piazza del Pantheon quello stesso martedì 13 ottobre, sostenendo che investire per combattere l’inattività ed il basso tasso di occupazione femminile è il più grande moltiplicare di PIL possibile.

È senz’altro vero che natalità, maternità e famiglia sono la ricchezza del Paese ed una urgente necessità, ecco perché le politiche nazionali, più che concentrarsi sul ridurre il livello di disoccupazione delle donne, forse dovrebbero ragionare sulle drammatiche conseguenze dell’inarrestabile calo delle nascite che colpisce il nostro Paese dal 2009, o l’Italia rischia di morire di denatalità ancor prima che di fallire per la crisi economica.

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