Ocse, la rogna del nodo pensioni. Ma chi ne incassa di più versando di meno?

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di Stefania Piazzo – E’ ciclico. Ogni tanto, che sia l’Europa o l’Ocse, come in questo caso, qualcuno ci dice che “L’Italia spende per le pensioni e per i servizi del debito molto più degli altri paesi dell’Ocse. Cosa più interessante se andiamo a vedere la spesa per migliorare la crescita, quali l’istruzione e le infrastrutture questa è più bassa”. Così i rappresentanti dell’Ocse davanti alla commissione Bilancio del Senato illustrando il Rapporto sull’Italia. “Il punto è che questo penalizza i giovani e frena le prospettive di crescita future”, hanno sottolineato. 

Poi c’è l’illustre economista come Gianfranco Cerea. Che scrive precisava con onestà intellettuale allargando il campo al reddito di cittadinanza che sperequava il Nord:
“Per porre rimedio all’incongruità si potrebbe diversificare territorialmente almeno l’integrazione per l’affitto, facendo riferimento ai dati dell’Istat o a quelli dell’Osservatorio immobiliare dell’Agenzia delle Entrate.
Un discorso del tutto analogo vale anche per l’integrazione delle pensioni, in cui minimo è stato portato a 780 euro mensili, per tutto il territorio nazionale”.

Questo perché “Il reddito di cittadinanza prevede importi uniformi in tutta Italia. Ma la soglia di povertà assoluta varia da Nord a Sud. Il beneficio avrà dunque effetti diversi nei diversi territori. Una soluzione è differenziare almeno l’integrazione per l’affitto”.

Il professore ordinario nel Dipartimento di Economia e Management dell’Università degli studi di Trento, centra la questione del diverso costo della vita. Un assegno uniforme in tutto il paese non tiene conto che al Nord il costo ad esempio di un affitto è difforme rispetto al mercato del Sud. Figuriamoci con le pensioni.

Come avviene con tutte le politiche sociali, anche il reddito di cittadinanza non sempre e non necessariamente riuscirà nei suoi intenti di conseguire gli obiettivi che si prefigge, soprattutto per quanto attiene l’avviamento verso il mercato del lavoro di soggetti in condizione di povertà: sarà sicuramente più facile farlo in contesti territoriali dove la disoccupazione è al 5 per cento rispetto a quelli dove supera il 20 per cento. Ma sarà anche del tutto normale che tra i beneficiari si annoverino falsi poveri e opportunisti”, scriveva su lavoce.info. E non fa una piega. Perché dove la disoccupazione è al 40% non c’è lavoro. Potranno forse trovare una occupazione una decina di disoccupati, ma per gli altri il reddito sarà a vita e non ci saranno una, due né tre proposte consecutive a chiudere il cerchio.

Per il resto c’è da leggere la tabella della Cgia di Mestre. Perché chi incassa più pensioni è chi versa di meno per incassarle. In Parlamento nel dibattito sulla previdenza nessuno ha il coraggio di parlare di previdenza regionale?

Tornerebbero i conti e l’Ocse potrebbe prendersela con chi fa assistenzialismo per restare in sella della politica.

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