Ma quali Stati generali! Lo Stato ottuso delle carte ci ruba 100 miliardi l’anno. Nessuno peggio di noi!

Lettura 7 min


Tra tutti gli imprenditori dell’area dell’euro intervistati dall’Unione
europea, gli italiani sono quelli che hanno denunciato con più
veemenza degli altri la complessità delle procedure amministrative a
cui sono sottoposti. Su dieci intervistati, nove hanno affermato di
essersi trovati in grave difficoltà ogni qual volta hanno dovuto
applicare le disposizioni richieste dai nostri uffici pubblici (vedi Graf.
1).


Tra moduli da compilare, certificati da produrre e adempimenti da
espletare, la nostra Pubblica Amministrazione (PA) continua ad
alimentare la malaburocrazia che nel nostro Paese ha ormai raggiunto
una dimensione non più accettabile. Dichiara il coordinatore
dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo:
“La stima del costo che incombe sul nostro sistema produttivo per la
gestione dei rapporti con la PA ammonta a 57,2 miliardi di euro 2. Se
a questi aggiungiamo anche i mancati pagamenti da parte dello Stato
centrale e delle Autonomie locali nei confronti dei propri fornitori 3 –
che nonostante i 12 miliardi messi a disposizione con il decreto Rilancio dovrebbero abbassare lo stock del debito commerciale a 42
miliardi circa 4– il cattivo funzionamento del nostro settore pubblico
grava sul sistema produttivo italiano per quasi 100 miliardi di euro
all’anno”.

(Il 28 gennaio 2020 la Corte di Giustizia Europea ha constatato una violazione da parte dell’Italia della Direttiva 2011/7/UE
relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, in quanto non ha assicurato che le sue Pubbliche amministrazioni, quando sono debitrici nel contesto di simili transazioni, rispettino effettivamente termini di pagamento non superiori a 30/60 giorni di calendario, stabiliti dalla Direttiva.)


Queste cifre confermano che le nostre aziende sono sempre più
schiacciate da una burocrazia cieca e ottusa e da un cattivo
funzionamento della PA che non sembra essere in grado di redimersi.
Sebbene possiamo contare anche noi su punte di eccellenza della
nostra Amministrazione pubblica che ci sono invidiate in tutta Europa,
in questa fase di COVID le cose, purtroppo, sono peggiorate.
Sottolinea il segretario della CGIA Renato Mason:
“I decreti Cura Italia, Liquidità e Rilancio non hanno finora innescato
gli effetti positivi che tutti auspicavano. All’opposto, hanno generato
confusione, disorientamento e tanta irritazione da parte dei lavoratori
e delle imprese nei confronti delle istituzioni pubbliche. I punti di
criticità sono tanti, in particolar modo di natura burocratica. Sono
stati approvati dei provvedimenti impossibili da gestire e da
rispettare, perché scritti male e difficilmente decifrabili. Sicuramente
saranno stati pensati con le migliori intenzioni, ma chi pensa di
mantenerli vive fuori dal mondo”.


Molti osservatori speravano che con l’avvento dello smart working la
situazione potesse migliorare. Sembra, invece, che le cose siano
andate diversamente. Con l’avvento del COVID, infatti, sono stati
tantissimi i dipendenti pubblici che hanno iniziato a lavorare da casa.
Secondo una recente indagine condotta da Promo PA Fondazione, su un campione di 50 dirigenti apicali del settore pubblico sono emersi
dei risultati molto preoccupanti. A causa dei problemi legati alla
sicurezza informatica dovuti all’utilizzo di PC personali e ai problemi di
connessione internet, gli intervistati hanno denunciato una
contrazione media della produttività di questi lavoratori del 30 per
cento. Se teniamo conto che prima dell’avvento del coronavirus il
livello di produttività medio della nostra PA non era particolarmente
elevato, l’esperienza maturata in questi tre mesi non sembra aver
dato risultati particolarmente incoraggianti.


Tornando agli effetti economici del cattivo funzionamento della nostra
macchina pubblica, a livello territoriale le realtà produttive più
penalizzate sono quelle ubicate a Milano, Roma e Torino.
L’Ufficio studi della CGIA ha provato a stimare a quanto ammonta il
peso della burocrazia sulle imprese per province di residenza,
calcolando l’incidenza del valore aggiunto sui 57,2 miliardi di euro di
costo annuo stimato dall’Istituto Ambrosetti.

In questa simulazione, ovviamente, risultano essere maggiormente penalizzate quelle realtà territoriali dove è maggiore la concentrazione di attività economiche che producono ricchezza.
La provincia dove il costo annuo sostenuto dalle imprese per la
gestione dei rapporti con la Pubblica Amministrazione è superiore a
tutte le altre è Milano con 5,77 miliardi di euro. Seguono Roma con
5,37, Torino con 2,43, Napoli con 1,97, Brescia con 1,39 e Bologna
con 1,35 miliardi di euro. Le realtà imprenditoriali meno “soffocate”
dalla burocrazia sono quelle di Enna (87 milioni di euro), Vibo Valentia
(82 milioni) e Isernia (56 milioni di euro).


Quali sono le proposte della CGIA per migliorare l’efficienza della
nostra PA ? Innanzitutto, bisogna diminuire le norme presenti nel
nostro ordinamento. In questi ultimi decenni sono aumentate a
dismisura, in quanto il legislatore nazionale ha ecceduto
nell’approvazione di decreti legislativi che per essere operativi
richiedono la successiva approvazione di provvedimenti attuativi.
Altresì, è necessario che queste leggi siano scritte meglio, cancellando
le sovrapposizioni esistenti tra i vari livelli di governo, bandendo il
burocratese e imponendo un monitoraggio periodico sugli effetti che
queste producono, soprattutto in campo economico.


E’ necessario, inoltre, semplificare le procedure e introdurre controlli
successivi rigidissimi, incentivando il meccanismo del silenzioassenso, senza dimenticare che bisogna digitalizzare tutti i soggetti
pubblici, agevolando il dialogo tra le loro banche dati per evitare la
duplicazione delle richieste che periodicamente travolgono cittadini e
imprenditori ogni qual volta si interfacciano con un ufficio pubblico.
Infine, bisogna “depenalizzare” il reato di abuso di ufficio che,
purtroppo, “dissuade” tanti dirigenti pubblici ad apporre la firma,
rallentando enormemente lo smaltimento delle pratiche nell’edilizia,
nell’urbanistica e nel settore degli appalti. Per contro, vanno premiati i
dirigenti/funzionari che si comportano correttamente e rendono
efficienti le proprie aree di influenza: l’aumento della produttività,
anche nel pubblico, va riconosciuto economicamente.
Ufficio Studi CGIa – Associazione Artigiani e Piccole Imprese Mestre – CGIa
Via Torre Belfredo 81/e – 30174 Venezia-Mestre – www.cgiamestre.com
5
Graf. 1 – La complessità delle procedure amministrative è un problema per quasi
9 imprese italiane su 10. Nessuno peggio di noi () Elaborazione Ufficio Studi CGIA su dati Flash Eurobarometer 482 (dicembre 2019) () Dati relativi alla biennale indagine “Business’ attitudes towards corruption in the EU”, flash Eurobarometer 482,
indagine commissionata dal Parlamento europeo. Con riferimento alla complessità delle procedure amministrative sono
state intervistate più di 5 mila imprese dell’Area Euro. In Italia l’86% delle imprese dichiara che le procedure
amministrative determinano problemi nell’esercizio dell’attività di impresa, una percentuale nettamente superiore rispetto
alla media dell’Area Euro (68%).

Servizio Precedente

I progressisti talebani negli Usa. In Italia l'intoccabile Garibaldi se l'è cavata...

Prossimo Servizio

Ancora rivolta in carcere. Ancora a Santa Maria Capua a Vetere. Cosa sta accadendo lì dentro?

Ultime notizie su Economia