L’economia italiana corre. Cgil: Sì, ma la metà è tutto lavoro precario

12 Dicembre 2023
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Bene i 23,7 milioni di occupati registrati a ottobre e un tasso di occupazione del 61,8% ma restiamo fanalino di coda Ue e al top per inattivi nella zona euro. Lo rileva la Cgil nel rapporto sull’occupazione suonando anche il campanello d’allarme per il “drastico calo della popolazione in età da lavoro”. Secondo i dati Eurostat in base ai quali nel secondo trimestre 2023 il tasso di occupazione italiano è ancora il più basso (61,6%) di tutta l’Ue e nettamente inferiore alla Germania (77,5%), Francia (68,7 %) e Spagna (65,8%). A questo bisogna aggiungere che l’Italia ha un tasso di inattività (33,3%) che è il più alto dell’Eurozona e che si attesta ad un livello decisamente superiore rispetto a quello tedesco (20,1%), francese (26 ,2%) e spagnolo (25,6%). 

E tra gli inattivi in ​​Italia si nasconde un’ampia platea di disoccupati sostanziali. Secondo l’Istat il numero degli occupati è stabilmente sopra i 23 milioni da marzo 2022. Ad ottobre del 2023, rispetto ad ottobre del 2008 c’è stato un aumento di +709 mila occupati (+3,1%), un incremento complessivo che è il frutto di una crescita degli occupati dipendenti (circa +1,5 milioni) e di una laurea degli indipendenti (-743 mila). Tra i dipendenti quelli a termine sono cresciuti del 30,2% fino a raggiungere la quota di circa 3 milioni di unità, mentre quelli permanenti hanno segnato +5,2%. Il contributo complessivo alla crescita degli occupati è dovuto per circa la metà all’aumento di quelli a termine e, in ragione di questo, nell’arco degli ultimi 15 anni, il tasso di precarietà dipendente è aumentato dal 13,1% al 15, 7% (+2,6 punti percentuali). 

Osservando il tasso di occupazione notiamo come sia aumentato dal 58,3% di ottobre 2008 al 61,8% di ottobre 2023 (+3,5 pp). Alla crescita del tasso non ha contribuito solo l’aumento degli occupati ma anche il contestuale e drastico calo della popolazione in età da lavoro (circa -1,7 milioni). Infatti, se la popolazione lavorativa fosse rimasta la stessa di ottobre 2008, il tasso di occupazione ad ottobre 2023 si sarebbe attestato al 59,1%, crescendo soltanto di +0,8 pp e rimanendo ancora sotto il 60%. 

“Questo mette in luce come la questione occupazionale in Italia, dal punto di vista demografico, abbia già assunto caratteristiche allarmanti”, aggiunge la Cgil. Nel periodo analizzato c’è stato un drastico peggioramento della qualità dell’occupazione, così come dimostra la crescita del tasso di part-time involontario che è il più alto dell’Eurozona (dal 41,3% del 2008 al 57,9% del 2022, +16,6 pp) e l’aumento complessivo dell’occupazione a termine. Dai dati dell’Inps emergono come nel 2022 (ultimo anno disponibile), rispetto al 2019 (prendiamo come riferimento l’anno prepandemico perché il 2008 non è disponibile), ci sia una crescita molto sostenuta dei lavoratori dipendenti precari: stagionali (+21, 9%), somministrati (+19,3%) e tempi determinati (+12,3%). A questo si deve aggiungere anche la preoccupante crescita, registrata più recentemente, dei lavoratori intermittenti e di quelli impiegati con contratti di prestazione occasionale. 

 Il crescente peso nell’economia italiana del lavoro a termine e part-time è visibile anche dalla quantità di ore lavorate. Elaborando i dati di Contabilità Nazionale dell’Istat, emergono come nel terzo trimestre 2008 le ore medie lavorate da un occupato dipendente erano 413 mentre nello stesso trimestre del 2023 sono 402, cioè 11 ore in meno per occupato dipendente a trimestre. Se gli occupati dipendenti di oggi lavorassero lo stesso numero di ore pro-capite del 2008 avrebbero circa 219 milioni di ore lavorate in più nel relativo trimestre. L’aumento dell’area del lavoro precario è confermato anche dalla crescita molto più intensa degli occupati dipendenti complessivi rispetto alle unità di lavoro dipendenti che presentano un’occupazione a tempo pieno. È, quindi, proprio il lavoro non standard – caratterizzato, fra i vari elementi, da una forte discontinuità contrattuale e da una bassa intensità di lavoro – che incide pesantemente sulle retribuzioni medie di oggi e inciderà, di conseguenza, anche sulle pensioni di domani.

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