La minaccia Houthi sul canale di Suez, crolla del 90% il traffico marittimo. Unimpresa: Aumenti materie prime inevitabili

23 Gennaio 2024
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La minaccia Houthi sul Canale di Suez ha fatto crollare del 90% il traffico marittimo. Attraverso quella arteria fondamentale passa quasi il 20% delle merci trasportate su mare nel mondo, il 30% delle navi porta container. Per veicolare uno di questi enormi contenitori i costi sono aumentati anche di cinque volte: sulla rotta più battuta, quella che va da Shangai a Rotterdam, si pagano ormai fra i 5 e i 6 mila dollari per ognuno di essi, a causa di un viaggio più lungo di due-tre settimane, di un aumento complessivo dei noli del 40%, di un forte aumento delle polizze assicurative. Lo segnala un paper del Centro studi di Unimpresa secondo il quale quella del Mar Rosso è una situazione in movimento che potrebbe aggravarsi senza una soluzione forte, forse militare, senza dimenticare la minaccia che l’Iran possa in qualche modo condizionare anche il traffico delle petroliere che passano nello stretto di Hormuz. 

Secondo il Centro studi di Unimpresa, il forte clima di incertezza che deriva dalla crisi del Mar Rosso comporta problemi, immediati e forse in arrivo: passa nel Canale di Suez, del resto, il 16% del valore del nostro import, con ingenti acquisti dalla Cina (secondo mercato di approvvigionamento per noi dopo la Germania), dall’Asia, dal Golfo Persico.

Uscendo nel Mediterraneo moltissime navi porta container fanno tappa e scalo nei nostri porti, come Gioia Tauro, in questo specializzato; altre, quelle che ci portano il gas da Qatar fino al rigassificatore di Rovigo, sono bloccate, e in quello scalo portuale si lavora il 13% del nostro fabbisogno di gas. La diversificazione di questi mesi ci consente una buona autonomia, grazie al fatto che ormai quote importanti, rispettivamente del 33 e del 14%, ci arrivano dall’Algeria con il Transmed, e dall’Azerbaigian con il Tap. Ma rischi di aumento dei prezzi del gas e della benzina sono dietro l’angolo (si parla del 4 e del 10%). E comunque è alta l’incidenza dell’import per petrolio greggio e raffinato. Il perdurare di questa situazione costituirebbe un problema visto che in Italia ben l’85% del traffico merci viaggia su gomma. Il rallentamento del traffico marittimo, che avrebbe conseguenze più pesanti sulla operatività di porti come Genova e Trieste, si traduce anche in danni per alcune componenti forti della nostra economia: sono a rischio 500 milioni di euro che rappresentano l’export di produzione agricola e alimentare verso i paesi del Medio Oriente, l’India, il Sud Est Asiatico. Oltre un terzo delle importazioni per la nostra filiera della moda, infatti, passa attraverso il Canale. Più in generale, sarebbe un problema soprattutto per le piccole e medie imprese, non in grado di assorbire con le quantità l’aumento dei noli di trasporto. 

«La crisi del Mar Rosso può avere effetti negativi sull’inflazione e potrebbe portare la Banca centrale europea a ritardare il taglio del costo del denaro: basterebbe poco, sul fronte dei prezzi, per dire addio al ritorno a una politica monetaria espansiva dopo quasi due anni di pesanti restrizioni creditizie con i tassi altissimi. Questa situazione richiede una risposta ampia, che non può essere solo italiana. Il nostro Paese, che si trova al centro delle conseguenze di quanto sta accadendo a Suez, non può farcela da solo: mai come in questo caso l’Unione europea deve dare una risposta compatta che metta a fattor comune le esigenze di tutti i partner europei. Gli effetti della crisi per ora non sono da allarme rosso, ma occorre muoversi in anticipo e non attendere il corso degli eventi» commenta il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara. 

credit foto samuel-hanna-kmZe7p4Kb3A-unsplash

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