EX Padania Felix – Se in Lombardia, Veneto e Piemonte ci si cura di meno. Ma non era qui l’eccellenza sanitaria?

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di Stefania Piazzo – Il mantra dell’eccellenza sanitaria è svanito un po’ alla volta con la prima ondata Covid, in Lombardia. In Veneto il sistema ha retto molto di più, grazie ad una iniziare efficace sistema di tracciamento e di contenimento del contagio. Due mondi così vicini, eppure così lontani nella strategia del welfare, oggi però sono accomunati da una drammatica verità: la povertà sanitaria.

Lo dice il nono rapporto dell’omonimo osservatorio. Ma se le fonti di stampa si limitano a fare la somma della disperazione, ovvero 600mila cittadini che non ce la fanno a pagarsi le spese mediche, con una impennata del 37% rispetto ai livelli precedenti, non tutti i media si sono “presi la briga” di andare a vedere dove si sta peggio, anche se un indizio lo aveva di recente fornito l’Istat facendo sapere che la povertà al Nord è cresciuta più che altrove. Nel dossier infatti del giugno scorso si ricorda che è proprio la locomotiva Nord a registrare il peggioramento più evidente, passando da una povertà assoluta al 6,8% al 9,3% (10,1% nel Nord-ovest, 8,2% nel Nord-est). Il Nord che “corre” ha 2,5 milioni di poveri assoluti (63% al Nord-ovest, 37% nel Nord-est) mentre sono 2,259 milioni nel Mezzogiorno (40,3%, ripartiti per 72% al Sud e per il 28% nelle Isole). Detto questo, il rapporto sanitario conferma che la comunità è malata anche di divario sociale ed economico.

Si legge infatti che “nel 2020 le persone in povertà assoluta hanno raggiunto il numero record di 5 milioni 602 mila unità: 1 milione in più rispetto al 2019, anno in cui si era registrata un’incoraggiante parabola discendente in termini assoluti e relativi”. Il Covid ringrazia…

Ma anche qui, come aveva rilevato l’Istat sei mesi fa, “L’aumento della povertà assoluta (sia familiare che individuale)
è stato più pronunciato nelle regioni del Nord, maggiormente colpite dalla diffusione dei contagi e dal blocco delle attività economiche legate al mercato”.

E si legge anche nelle regioni del Nord, l’incidenza della povertà assoluta delle famiglie (7,6%) e delle persone (9,3%) ha sfiorato per la prima volta i valori medi nazionali (7,7% e 9,4%)”.

Tanto che i “5 milioni 602 mila individui caduti in povertà assoluta risiedono per Il 45,6% nel Nord (2 milioni 554 mila unità), per Il 40,3% nel Sud e nelle Isole (2 milioni 259 mila unità), per il 14,1% nel Centro (794 mila unità)… Le regioni con più residenti in povertà assoluta sono la Lombardia (992 mila), la Campania (859 mila), la Sicilia (517 mila), il Veneto (440 mila), il Piemonte (405 mila). La classica distinzione Nord, Centro, Mezzogiorno risulta dunque
meno compatta di quanto si è soliti immaginare”.

Come mai, allora, nell’ex Padania felix, in men che non si dica, si è aperta la falla del welfare? Quali scelte politiche hanno incrinato la tenuta del welfare? E dire che queste regioni insieme hanno un residuo fiscale che si aggira attorno ai 110 miliardi di euro. Chissà se il federalismo fiscale o l’autonomia invocata (in sanità però già esiste, o no? ndr) avrebbe potuto essere una zattera per i poveri la cui vita sfugge alla rete dell’assistenza.

Commenta il rapporto: “Il profilo che emerge da questo tipo di rappresentazione dei dati sconvolge ulteriormente
le tradizionali distinzioni tra Nord, Centro e Mezzogiorno, chiamando in causa non solo le responsabilità del governo nazionale, ma anche quelle dei singoli governi regionali e locali a cui competono gli interventi programmatori e operativi in tema di politiche sociali”. Appunto.

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