Crescono le tasse. Cgia: “Costo materie prime, 80 miliardi in più”. Come si fa a non chiudere?

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Settimana scorsa la Cgia di Mestre ci ha ricordato che siamo in Europa il Paese che bastona di più sotto il profilo della tassazione. Il 43,8%. Sopravvivere a questa ghigliottina è da eroi. Una resistenza partigiana a questo Stato che opprime. Ora arriva il secondo dato. Il costo delle materie prime. L’aumento è stato vertiginoso, 80 miliardi in più. Siccome sangue dal muro non ne può uscire, cosa possono ancora inventarsi le imprese per non chiudere? Ora vediamo il report.

Sebbene negli ultimi mesi i prezzi delle materie prime siano in calo, l’importazione di questi prodotti potrebbe costare quest’anno al sistema Paese almeno 80 miliardi di euro in più rispetto al periodo pre Covid. A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA. I prezzi dei metalli e dei minerali, ad esempio, in questi ultimi tre anni sono rincarati mediamente del 25,7 per cento; quelli energetici, invece, sono raddoppiati (+101,3 per cento) (vedi Graf. 1). Va tuttavia segnalato che tra gli energetici l’aumento del prezzo del carbone è stato del 463,3 per cento e del gas naturale addirittura del 671,6 per cento. Più contenuti, invece, i rincari registrati dal ferro (+4,6 per cento), dallo stagno (+16,8 per cento), dallo zinco (+21 per cento), dal nickel (+29,3 per cento), dall’alluminio (+30,7 per cento), dal rame (+32,9 per cento) e dal petrolio (+57,7 per cento). Sempre rispetto al 2019, tra le materie prime prese in esame dalla CGIA su dati della Banca Mondiale, solo il piombo ha subito una diminuzione del prezzo dell’8,4 per cento (vedi Tab. 1).

La ripresa della domanda mondiale ha spinto all’insù i prezzi

Più in generale possiamo affermare che dopo un 2019 segnato da una sostanziale stabilità dell’indice dei prezzi di questi due gruppi di commodity, a partire da febbraio del 2020 (con l’avvento del Covid-19 e la conseguente riduzione della domanda mondiale) si è assistito ad una flessione dei prezzi (più marcata per l’energia) che culmina nell’aprile del 2020. Da maggio 2020, invece, si registra una escalation tendenziale degli indici dei due gruppi che prende sempre più forma nei mesi successivi a seguito della ripresa economica mondiale. Questo trend, infine, si è interrotto, significativamente, solo ad aprile 2022 per i metalli e a settembre 2022 per l’energia. Si nota, altresì, che nel 2019, il prezzo dei 2 gruppi di commodity risultava ben al di sotto dei livelli medi del 2010 (anno che rappresenta la base 100 del grafico) in quanto dopo la crisi del 2009 si è assistito (come accade solitamente dopo una forte recessione) ad un aumento progressivo dei livelli dei prezzi che ha azzerato del tutto le diminuzioni verificatesi nel periodo della recessione e ha riportato i prezzi su livelli superiori a quelli pre-crisi (2008). Da ultimo si nota anche che, per i metalli, l’indice dei prezzi del mese di ottobre 2022 risulta di poco inferiore rispetto al dato medio del lontano 2010; nonostante il sensibile calo degli ultimi mesi i prezzi dell’energia rimangono invece su livelli molto alti che, come dicevamo più sopra, in ottobre 2022 erano doppi rispetto allo stesso periodo del 2019.

• Hanno contribuito anche i noli marittimi
Ad aver sicuramente spinto all’insù i prezzi delle materie prime ha concorso anche il costo dei noli marittimi dei container che sebbene nell’ultimo anno abbia subito una contrazione media del 68 per cento, rispetto all’avvento della pandemia è cresciuto del 170 per cento3 . Va ricordato che il 90 per cento circa del trasporto internazionale di merci viaggia per mare e un ruolo determinante nel trasporto container è tenuto dai paesi dell’estremo oriente. La Cina, ad esempio, con 14 porti
nella top 20 generale controlla oltre il 54 per cento della quota di mercato mondiale

• Tagliare il cuneo fiscale per non far pagare il conto ai dipendenti

L’incremento dei prezzi delle materie prime ha provocato il conseguente aumento dell’inflazione che nel nostro Paese ormai viaggia su doppia cifra. Questa situazione, ovviamente, colpisce tutti; in particolar modo i contribuenti a reddito fisso che subiscono una forte perdita di potere d’acquisto. Con “meno” soldi in tasca, evidentemente anche la domanda interna è destinata a ridursi. Gli ultimi dati previsionali presentati dalla Commissione europea, ci dicono che nel 2023 i consumi delle famiglie italiane sono destinati ad aumentare di un impercettibile 0,1 per cento che, indirettamente, penalizzerà anche le imprese e i lavoratori autonomi. Se buona parte dei consumatori non acquista è del tutto superfluo anche produrre. Pertanto, per uscire da questo circolo vizioso non c’è che una strada da percorrere: quella della riduzione del cuneo che consenta alle busta paga di diventare più “pesanti”.

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