Chi produce Pil nel Paese? La macroregione del Nord è in testa. La parte spetta alle Pmi. La grande industria è indietro

8 Giugno 2024
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Ogni giorno il nostro Paese produce 5,8 miliardi di euro di Prodotto interno lordo che, convenzionalmente, è misurato attraverso la somma dei beni e dei servizi finali generati in un determinato arco temporale.

Questi 5,8 miliardi corrispondono a 99 euro giornalieri per ogni cittadino italiano, neonati e ultra centenari compresi. Tra i 27 Paesi della Ue con 99 euro ci collochiamo al 12esimo posto. Lo sottolinea una nota della Cgia di Mestre.

Le differenze regionali sono evidentissime: se in Trentino Alto Adige il Pil per abitante giornaliero è pari a 146 euro, in Lombardia è di 131,8, in Valle d’Aosta di 130,1, in Emilia Romagna di 118,9 e in Veneto di 110,8.

Per contro, in Campania il Pil pro capite al giorno è di 63,4 euro, in Sicilia di 60,1 e in Calabria di 57,9. Dal confronto con gli altri Paesi dell’Unione europea scontiamo un gap importante, soprattutto nei confronti dei Paesi del Nord Europa.

Se in Lussemburgo la ricchezza giornaliera per abitante è di 336 euro, in Irlanda è di 266, in Danimarca di 179, nei Paesi Bassi di 164, in di Austria 149, in Svezia di 145 e in Belgio di 140. In termini di produttività del lavoro, misurata rapportando il valore aggiunto alle unità di lavoro standard, nel 2024 il dato medio Italia è pari a 77 mila euro per ULA, ovvero 210,6 euro medi giornalieri. A livello territoriale la situazione più virtuosa si registra in Trentino Alto Adige con 253 euro al giorno per ULA.

Questa regione del Nordest può contare su un Pil (o meglio valore aggiunto) di 52,4 miliardi, su 556 mila unità di lavoro standard e su una produttività annua per ULA di 92.595 euro. Seguono la Lombardia con 251,4 euro giornalieri per ULA, la Valle d’Aosta con 230,8 euro per ULA e l’Emilia Romagna con 226,6 euro per ULA.

Chiudono la graduatoria nazionale la Sardegna con 165,7 euro giornaliero per ULA, la Calabria con 159,5 euro per ULA e la Puglia con 158,2 euro per ULA. Sempre in tema di produttività del lavoro, a livello provinciale spicca la performance dell’area metropolitana di Milano che nel 2024 ammonta a 282,9 euro giornalieri per ULA. Il capoluogo regionale lombardo può contare su un Pil (o meglio valore aggiunto) di 204,4 miliardi, quasi 2 milioni di unità di lavoro standard e una produttività annua per ULA di 103.535 euro. Seguono Bolzano con 257,8 euro giornalieri per ULA, Lodi con 253,3 euro per ULA, Trento con 247,4 euro per ULA e Cremona con 246,1 euro per ULA. In fondo alla classifica nazionale, invece, si collocano Benevento e Barletta-Andria-Trani entrambe con 146,7 euro per ULA e, infine, Ragusa con 138,5 euro per ULA.

-Fino ai primi anni ’80, però, eravamo leader, sottolinea la Cgia, Ora lo siamo grazie alle Pmi. Al netto della vendita, in questi ultimi 30 anni le retribuzioni medie degli italiani sono rimaste al palo, mentre in quasi tutta UE sono aumentate.

Tra le cause del risultato italiano sono da annoverare la crescita economica asfittica e un basso livello di produttività del lavoro che dal 1990 ha interessato il nostro Paese, soprattutto nel settore dei servizi. Una delle cause di questo risultato va ricercato anche nel fatto che, a differenza dei nostri principali concorrenti europei, in questo ultimo trentennio la competitività del nostro Paese ha risentito dell’assenza delle grandi imprese.

Queste ultime sono pressoché scomparse, non certo per l’eccessiva numerosità delle piccole realtà produttive, ma a causa dell’incapacità dei grandi player, spesso di natura pubblica, di reggere la sfida innescata dal cambiamento provocato dalla caduta del muro di Berlino e da Tangentopoli .

Sino agli inizi degli anni ’80, infatti, l’Italia era tra i leader europei – e in molti casi anche mondiali – nella chimica, nella plastica, nella gomma, nella siderurgia, nell’alluminio, nell’informatica, nell’auto e nella farmaceutica[1]. Grazie al ruolo e al peso di molti enti pubblici economici (Iri, Eni ed Efim) e di grandi imprese sia pubbliche che private (Montecatini, Montedison, Enimont, Montefibre, Alfa Romeo, Fiat, Pirelli, Italsider, Polymer, Sava/Alumix, Olivetti, Angelini, ecc.), queste realtà garantiscono occupazione, ricerca, sviluppo, innovazione e investimenti produttivi.

A distanza di quasi 45 anni, purtroppo, abbiamo perso terreno e leadership in quasi tutti i settori in cui eccellevamo. E ciò è avvenuto non a causa di un destino cinico e baro, ma da alcuni avvenimenti che hanno cambiato il corso della storia: la caduta del muro di Berlino, ad esempio, ha riunificato l’Europa, ha riattivato i rapporti commerciali con i Paesi presenti oltre la cortina di ferro, spingendo fuori mercato molte delle nostre grandi aziende impiegate nei settori dove eravamo leader.

Altrettanto dirompenti per il nostro Paese sono stati gli effetti provocati da “Tangentopoli” che hanno messo a nudo i limiti, in particolare, di molte imprese a partecipazione statale che fino allora erano rimasti attivi grazie al mercato protetto in cui operavano e ai sostegni politici che avevano ricevuto dalla quasi totalità dei partiti presenti nella cosiddetta “prima Repubblica”. Nonostante ciò, conclude la Cgia, in questi ultimi 30 anni l’Italia è rimasta tra i paesi economicamente più avanzati del mondo e questo lo deve alle sue Pmi che, tra le altre cose, continuano a dominare i mercati internazionali. 

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Direttrice: Stefania Piazzo
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