Cgia: Pnrr impossibile da spendere, entro metà anno dovremo restituire quanto non investito

8 Aprile 2023
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Sorpresi che, molto probabilmente, non riusciremo a spendere tutti i soldi previsti dal Pnrr? L’Ufficio studi Cgia non lo e’ e questa “consapevolezza” trae origine da un assunto: la storica difficolta’ del nostro Paese a utilizzare tutti i soldi che ci giungono da Bruxelles. In riferimento ai Fondi di coesi, ad esempio – continua la Cgia-, non sono pochi quelli riferiti al settennio 2014-2020 che, entro la fine di quest’anno, rischiamo di perdere, sebbene la spesa ipotetica necessaria annuale per mettere a terra tutte le risorse disponibili ammoniti solo a 9 miliardi di euro. Affrontando con lo stesso approccio appena illustrato anche il Pnrr, tra il 2023 e il 2026 dobbiamo mediamente spendere 42 miliardi di euro all’anno per poter realizzare tutti i progetti previsti dal piano. Una cifra, quest’ultima, 4,5 volte superiore alla precedente. E’ evidente che raggiungere questo obbiettivo sara’ quasi impossibile. Entrando nel merito, dei 64,8 miliardi di euro di Fondi europei di coperte messi a disposizione dell’Italia nel periodo 2014-2020, di cui 17 di cofinanziamento nazionale, poco meno della meta’ (29,8) dobbiamo ancora spenderli. Se non lo faremo entro la fine di quest’anno, la parte non utilizzata dovra’ essere restituita. Questa e’ – aggiunge Cgia – l’ennesima dimostrazione che il nostro Paese fatica moltissimo a spendere entro i termini stabilità i soldi che ci vengono messi a disposizione dall’Ue. Se, invece, riusciremo a farlo, in linea puramente teorica e’ come se ogni anno di questo settennio avessimo speso 9 miliardi di euro. Con il Pnrr, invece, tra il 2021 e il 2026 dovremo investirne 191,5, pari a una spesa media che ne consenta l’utilizzo complessivo di 42 miliardi di euro l’anno nel periodo 2023-2026. Ebbene, se, come dicevamo piu’ sopra, stiamo arrancando nel metterne a terra 9 di fondi Ue all’anno, come faremo a spenderne addirittura 42 col Pnrr, ovvero 4,5 volte tanto?

Secondo la Banca d’Italia, a fronte di un investimento mediano di 300 mila euro, nel nostro Paese la durata mediana per la realizzazione di un’opera e’ pari a quattro anni e dieci mesi. La fase di progettazione dura poco piu’ di due anni (pari al 40 per cento della durata complessiva), l’affidamento dei lavori dura sei mesi e sono necessari oltre due anni per l’esecuzione e il collaudo. Per un investimento di cinque milioni di euro, invece, il tempo di realizzazione e’ di ben 11 anni. Auspicando che il nuovo Codice degli appalti e le riforme che interesseranno la nostra Pubblica amministrazione riducano in misura significativa queste tempistiche – prosegue la Cgia -, appare comunque evidente che difficilmente entro i prossimi 44 mesi riusciremo a mettere a terra tutti i progetti previsti dal Pnrr. Nella cabina di regia tenutasi a Venezia il 27 febbraio scorso presso palazzo Balbi, sede della Giunta regionale, e’ emerso che il 20 per cento delle opere previste inizialmente non verra’ ultimato prima dell’inizio dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina (febbraio 2026). In Veneto, ad esempio, difficilmente sara’ ultimata la variante di Cortina e, probabilmente, anche quella di Longarone (BL). In Lombardia, invece, a sono rischio la variante di Trescore – Entratico (BG) e quella di Vercurago (LC), lungo la nuova strada Lecco-Bergamo. Insomma, nel nostro Paese rispettare il cronoprogramma per la realizzazione delle grandi infrastrutture e’ un’ operazione sempre molto difficile. Inoltre, gli aumenti dei costi delle materie prime e dell’aumento hanno peggiorato la situazione; spesso il ritardo accumulato in questi ultimi due anni e’ riconducibile anche a questi rincari che non hanno permesso l’assegnazione dei lavori o lo stato di avanzamento degli stessi e quindi l’avvio o l’ultimazione dei cantieri nei tempi prestabiliti. 

 Il nostro Pnrr – ribadisce la Cgia- e’ costituito da 235,6 miliardi di euro, di cui 191,5 riconducibili al Recovery Fund, 30,6 a un fondo complementare e gli altri 13,5 miliardi di euro al React-Eu. Di questi 235,6 miliardi, 52,6 verranno investiti per “progetti in essere”, ovvero gia’ previsti, mentre i restanti 183 andranno a finanziare “nuovi progetti”. Pertanto, nel 2026 la crescita del Pil, anno in cui si concludera’ l’azione del Piano, dovrebbe essere piu’ alta di 3,6 punti percentuali rispetto allo scenario che si verificherebbe senza l’effetto degli investimenti aggiuntivi. Una previsione, quest’ultima, che viene prefigurata nello scenario ottimale, ovvero che gli investimenti vengano spesi in maniera efficiente, che le condizioni monetarie siano favorevoli e che non vi siano ripercussioni negative sul premio del rischio sovrano. Condizioni che, ovviamente, nessuno puo’ confermare che si verificheranno. Se, rispetto a quanto riportato, il quadro generale fosse meno ottimistico, il nostro Pnrr ipotizza altri due scenari: uno medio con una crescita del Pil del 2,7 per cento e uno basso con un incremento dell’1,8 per cento. Analizzando solo lo scenario ottimale, l’Ufficio studi della Cgia segnala che a fronte di 183 miliardi di investimenti, nel 2026 avremo un aumento strutturale del Pil di circa 70 miliardi, determinando un moltiplicatore del Pil pari a 1,2. 

Un risultato non particolarmente esaltante, se si tiene conto che, secondo uno studio della Banca d’Italia, la realizzazione delle opere pubbliche puo’ avere ripercussioni importanti sulla crescita economica di un paese se il moltiplicatore della spesa pubblica per investimenti e’ compreso tra l ‘1 e il 2. E’ vero che l’1,2 per cento previsto dal governo Draghi nel Pnrr ricadrebbe nella forchetta indicata dalla Banca d’Italia, ma e’ altrettanto vero che raggiungeremo questo obbiettivo solo se tutto andra’ per il verso giusto; cosa che molti osservatori dubitano, vista la cronica inefficienza che caratterizza buona parte della nostra Pubblica amministrazione, la mole di burocrazia che attanaglia il paese, l’incapacita’ storica, come dicevamo piu’ sopra, di spendere tutti i fondi europei. Va ricordato, inoltre, che l’Italia non desta una elevata affidabilita’ in materia di previsioni macro economiche. I dati dell’European fiscal board (organo consultivo indipendente della commissione europea) sono impietosi: tra il 2013 e il 2019 siamo il Paese che ha “sbagliato” di piu’. Un’altra ragione per dubitare che saremo in grado di raggiungere la crescita del Pil del 3,6 per cento e, conseguentemente, disporre di un moltiplicatore dell’1,2.

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