Amazzonia. Ci dicono davvero tutto sulla deforestazione?

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di Fulvio Curioni – L’Amazzonia è sotto una continua minaccia di deforestazione, ogni anno un territorio grande come un piccolo stato europeo viene disboscato per fare spazio a coltivazioni di monocoltura (generalmente soia geneticamente modificata) ed allevamento intensivo di bovini. La conseguenza di ciò è un crescente allarmismo ambientale, che indica i grandi proprietari terrieri come i responsabili dell’aumento dell’anidride carbonica nell’atmosfera e dell’impoverimento dei suoli.
Si favorisce pertanto nell’opinione pubblica l’idea che sia giusto demarcare enormi aree trasformandole in “terre indigene”.


Oltre a ciò, si è diffusa l’idea errata che l’indigenismo sia un sinonimo di ambientalismo e di cura per il bioma amazzonico.
L’indigenismo, inteso come quel nobile movimento, iniziato nel 1952 da Candido Rondon, che ha come scopo la protezione e la valorizzazione delle culture autoctone, è pertanto associato mondialmente all’idea di rispetto della natura e in particolare della foresta.
Purtroppo questo è solo uno dei tanti miti che si sono generati negli ultimi anni, ma non corrisponde  sempre alla realtà.

Spesso sono proprio gli indigeni che si vendono le risorse presenti nelle loro terre, come ad esempio nel Rio Galvez, ubicato nell’Amazzonia peruviana nella regione di Loreto, ove i Matsés abbattono i grandi alberi presenti nelle loro terre e ne vendono il legname pregiato, spesso senza un chiaro piano di ripiantumazione, quando potrebbero invece implementare per esempio una politica di studio, valorizzazione, divulgazione e vendita delle piante medicinali (arbusti che ricrescono velocemente), ubicate nella loro terra.
Ma vi sono molti altri casi d’indigenismo “alla rovescia”.


Nella riserva Roosevelt sono gli stessi nativi che si vendono le pietre preziose presenti all’interno della loro area.
Nella terra indigena Raposa Serra do Sol vari autoctoni viaggiano armati su grossi SUV.

Gli esempi potrebbero continuare.
Abbiamo pertanto già tolto il velo a due miti: innanzi tutto il problema principale dell’Amazzonia non è la deforestazione ed inoltre l’indigenismo non è sempre sinonimo di ambientalismo. Il vero problema dell’Amazzonia è in fondo uguale a quello di altre aree strategiche del mondo: è in corso un processo di privatizzazione delle terre e delle risorse, spesso con metodi occulti, sconosciuto alla maggioranza delle persone.

L’opinione pubblica appoggia la demarcazione di nuove ed immense terre indigene, perché tutto ciò “è di moda”, ed “è ambientalista”, dimenticandosi che dividere totalmente gli autoctoni dai non autoctoni è un processo che spesso porta all’odio, com’è successo nella “terra indigena Raposa Serra do Sol”, e trascurando che i contadini non indigeni (che nella maggioranza dei casi non sono ricchi proprietari terrieri), sono espulsi dalla terra demarcata, e viene loro data un misera compensazione.

Contestualmente agli indigeni è dato il diritto di vivere dei proventi della loro terra, e quindi vendere le proprie risorse: legname, minerali rari, e anche petrolio, tutte attività per loro non ancestrali, che snaturano la loro cultura. Mentre tutto ciò viene implementato, e vengono create centinaia di nuove “nazioni”, culturalmente staccate e pertanto spesso ostili al resto della popolazione dei paesi in questione, vi è una crescente avanzata del cosiddetto “progresso”, guidato dal capitalismo estremo, in forte contrapposizione con le tesi iniziali indigeniste.


Questa ondata d’industrializzazione, guidata in Brasile dal movimento ruralista, si oppone alla creazione di nuove terre indigene, e supporta con ogni mezzo la meccanizzazione forzata dell’agricoltura, la costruzione di nuove e grandi dighe che stanno imbrigliando imponenti fiumi come il Madeira e lo Xingú, la costruzione di strade transamazzoniche e ponti fantascientifici (come quello sul Rio Negro), la trasformazione della foresta in campi destinati alle coltivazioni di soia e bio-combustibili e all’allevamento di bovini.
E’ lo scontro di due mondi, due risposte sbagliate per la gestione dell’Amazzonia.


Da una parte l’indigenismo, che potrebbe avere delle forze occulte che lo guidano, dall’altra il capitalismo estremo, i cui protagonisti non sono stati minimamente toccati dal governo d’ispirazione socialista del presidente Luis Ignacio Lula da Silva prima ed ora da Bolsonaro. Proprio negli ultimi tre anni, inoltre, si è verificato un aumento degli scontri cruenti tra indigeni e ruralisti, in vari stati del Brasile, con purtroppo, vari morti.
Tutto ciò mentre gli altri paesi sudamericani che hanno porzioni d’Amazzonia nel loro territorio seguono e subiscono le politiche implementate dal Brasile, che è de facto il leader del continente, destinato a diventare in pochi anni una delle economie più forti del pianeta.

A complicare la situazione vi sono le imprese multinazionali minerarie e petrolifere, che stanno attuando un vero e proprio “assedio”, in Amazzonia, spesso con la complicità di governanti corrotti che permettono loro di accedere alle terre indigene (come per esempio la riserva Amarakaeri, in Perú, o il TIPNIS, in Bolivia), in cambio del pagamento di concessioni. Si avvantaggiano così piccoli gruppi di ricchi azionisti che guidano queste imprese, a svantaggio di grandi moltitudini di persone. Invece di pensare ad un graduale abbandono dell’utilizzo dei combustibili fossili ed un passaggio alle fonti alternative e all’idrogeno, una via già oggi percorribile tecnologicamente, i governi sudamericani (come d’altronde quelli del nord del mondo), continuano a dare priorità allo sfruttamento delle risorse non rinnovabili, perseguendo il fine del lucro e non quello del bene dell’umanità e dell’ambiente.


In ultima analisi un auspicio: territori ancora totalmente vergini, come il Parco Nazionale del Manu, il Parco Nazionale del Madidi, il Santuario Nazionale del Megantoni, la Riserva della biosfera e terra comunitaria Pilon Lajas, solo per citarne alcune. Paradisi incommensurabili dove l’uomo ha realmente un impatto quasi nullo, e dove la natura regna incontrastata. Regni sacri sacrificati alla pressione della domanda interrnazionale di carne e di soia Attualmente il Brasile e’il maggior esportatore mondale di soia secondo la Fao, aumentandone l’esportazione dal 2007 al 2017 del 287% in più con destinazione alla Cina (fonti OEC) Tale cliente non è casuale poiché resta uno dei grandi produttori mondiali di carne e per questo abbisogna di soia per mangime degli animali, godendo inoltre il Brasile, per effetto delle frizioni tra USA e Cina, di divenire la alternativa agli Usa medesimi. Questo modello di allevamento intensivo sposa il modello di agricoltura intensiva, bruciando una parte del mondo in grado di fornire all’impronta ecologica della carne che mangiamo l’odore del fumo della foresta.

Inoltre molte deforestazioni avvengono mediante appiccamento di incendio boschivo, con ovvi danni ambientali, primis fra tutti la distruzione di flora e fauna, ossia della biosfera di quel particolare territorio. I danni derivanti da incendio boschivi sono diversi e molto significativi; l’ecosistema a volte viene distrutto irreparabilmente, basta pensare che una prima crescita di alcuni alberi impiega qualche decennio. Senza dimenticare poi che un incendio boschivo comporta l’emissione in atmosfera di gas serra (CO2, CH4, N2O), idrocarburi incombusti, fuliggine e polveri sottili.

Occorre allora che i Paesi che domandano materie prime mettano in discussione la loro impronta ecologica ed impongano meccanismi di consumo che evitino la generazione di altre emissioni, inoltre le grandi imprese occorre puliscano le loro filiere produttive, controllando come i loro prodotti non siano frutto della deforestazione oltre al divieto di impego di lavoro infantile. Etica e produzione, etica e nuovo aggressivo capitalismo, la vera sfida globale che ci attende. E ci si chiede allora dove sono i 193 Paesi Membri dell’Onu che hanno sottoscritto l’Agenda 2030 con gli obiettivi di salvaguardare il Pianeta per le generazioni future?

Photo by Trent Haaland

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