UN PROBLEMA PER L’EUROPA – I Verdi tedeschi vogliono trasformare la Germania da paese industriale a museo industriale?

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di Giuseppe Reguzzoni – Come non esiste una natura senza cultura, così non esiste, non può esistere, una natura senza l’uomo, che è sempre un esserCi, con una storia e dentro una tradizione. La cultura dell’ambiente è una cosa troppo seria per lasciarla ai sentimenti del momento o a un vago umanitarismo universalista.

Il paradosso dei Grünen è che sono un partito profondamente tedesco, ma che non ama questa sua appartenenza e che si pensa in termini astrattamente universalistici. La sensibilità ambientale, ecologica (nel senso etimologico di pensarsi dentro una casa che è natura) è molto più antica e ben radicata nella storia delle popolazioni germaniche e non è certamente nata con il Sessantotto, che, semmai, si è solo prodigato a fagocitare un’opportunità politica, in fondo creata da altri.

Gruhl era sostanzialmente un conservatore, che, in quanto contrario a una visione puramente materialistico-naturalistica della natura, voleva “conservare” anche l’ambiente, pensato come un tutt’uno con la storia e le radici della Germania. La presa di possesso del movimento da lui iniziato da parte dei Sessantottini tedeschi lo ha svuotato dei suoi “princìpi”. Un po’ come scriveva Dostoevskij: dire di amare l’umanità è una forma di astrazione egoistica; esistono gli uomini, le persone, non l’“umanità”.

Anche il radicalismo dei Verdi tedeschi nell’imporre il loro modello di sviluppo energetico potrebbe essere l’espressione di una psicologia politica che odia se stessa e, in questo caso, di una Germania che cerca, neanche troppo inconsciamente, la propria fine. In questo complesso autodistruttivo va ricercata la “coerenza” dei Verdi tedeschi.

Lo ha detto, e più volte, con molta chiarezza un’altra esponente storica dei Grünen, Claudia Roth, già ministro della Cultura: “Deutschland, verrecke!” (“Crepi la Germania!”), augurio seguito da una serie di amenità autolesioniste tutt’altro che infrequenti nell’alta politica tedesca.

Almeno sul piano pratico,  di fronte alla gravissima crisi attuale e alla possibilità di un tracollo completo dell’economia tedesca, a stigmatizzare le scelte autodistruttive dei Grünen, ci ha pensato il neoeletto presidente della Federazione delle industrie chimiche tedesche, Markus Steilemann, che si è espressamente e polemicamente rivolto contro Robert Habeck, attuale ministro dell’Energia, vicecancelliere ed esponente dei Grünen, chiedendogli se la sua azione miri alla trasformazione della Germania “da paese industriale a museo industriale”.

O, forse, anche sulla politica energetica la Germania naviga a vista, per tentativi, allo scopo di salvare il salvabile? Di certo, i Grünen al potere nella coalizione “semaforo”, con i “gialli” liberali e i “rossi” socialdemocratici, hanno dovuto mandare giù di tutto: centrali a carbone, Gnl importato dagli Usa (X volte più caro di quello russo e per di più ottenuto con l’anti-ecologico fracking), importazione di gas da Stati modello di diritti umani come il Qatar e l’Azerbaijan, rinvio della chiusura delle centrali atomiche esistenti e, forse, persino l’apertura di nuovi reattori.

Intanto, l’altra esponente di punta dei Grünen di potere, la ministra degli Esteri Annalena Baerbock, va avanti e indietro da Kiev, con un attivismo pro-Nato che lascia un po’ allibiti persino gli americani (come si soleva dire: “più papista del papa”, poi ognuno al posto del papa ci mette un po’ quel che vuole) e, di certo, spaventa il prudentissimo cancelliere Scholz.

Tra l’altro, la signora Baerbock è generosa di interviste, come quella, rilasciata alla Faz il 14 settembre scorso, in cui ha dichiarato che “le armi servono a salvare vite umane”.  E pensare che, teoricamente erede del pacifismo post-sessantottino, era stata eletta con un programma-bandiera ultra ambientalista e ultra liberal: abbandono del carbone entro il 2030, severi limiti di velocità sulle autostrade, auto senza emissioni entro il 2030, apertura dei confini all’immigrazione, politica europea di difesa comune con la riduzione della presenza delle truppe (e delle armi nucleari) Usa in Germania, rafforzamento delle relazioni commerciali con la Cina. Ma, si sa, le bandiere servono a raccogliere voti, tanto a nord che a sud delle Alpi; poi la politica è un’altra cosa.

Su un punto la Baerbock è stata, involontariamente, coerente: era fortemente contraria al Nordstream 2, sin dalla sua costruzione, ed è stata accontentata da una serie di esplosioni del gasdotto, per comprendere le quali sarebbe sufficiente il buon vecchio detto “Follow the money”.

Che cosa vogliono davvero i Verdi tedeschi? In un partito ormai completamente fluido la risposta non potrà venire che dai tempi, o, meglio dalle stagioni, tanto più che quella invernale è ormai prossima. Di certo, la loro volatilità politica non è un problema solo per la Germania, ma per l’Europa intera.

Per gentile concessione dell’autore, da sussidiario.net

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