Togliessero il disturbo dalla scuola. Invece arriva un supertecnico per riaprire le aule

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di Laura Aresi – Che sia stato nominato di venerdì 17 non è un gran bel segno, o magari semplicemente al Ministero di viale Trastevere non sono particolarmente scaramantici. In ogni caso sarà Patrizio Bianchi, classe 1952, Rettore dell’Università di Ferrara dal 2004 al 2010 – già docente di Politica Economica dal 1989, prima a Bologna, poi a Udine, infine a Ferrara – il nuovo santo laico dell’annunciatissima riforma della scuola, che dovrebbe entrare in vigore per settembre: concretamente sui banchi oppure di nuovo nelle classi virtuali non ci è ancora dato, ahinoi poveri mortali, di sapere.

Spulciando nel curriculum dell’ex assessore a Politiche Scolastiche, Formazione Professionale, Università e Lavoro dell’Emilia Romagna – carica oggi coperta da Paola Salomoni – la prima cosa che balza agli occhi è che il vate della Nuova Scuola, anzi Nuovissima si è laureato in Scienze Politiche, ebbene sì, all’università di Bologna nel 1976 magna cum laude: ma anche con Romano Prodi.

Un europeista convinto, quindi, già dalla matrice – e lo confermano, oltre agli impegni istituzionali nelle commissioni UE, le numerose pubblicazioni di settore all’attivo, come “L’Europa smarrita”, Vallecchi Editore e “Le politiche industriali dell’Unione Europea”, il Mulino, entrambi del 1995, e ancora “La Rincorsa Frenata – L’industria italiana dall’unità nazionale all’unificazione europea”, Il Mulino 2002 – al vertice della task force che dovrebbe vestire di nuovo l’istruzione italiana.

Sicuramente un buon asso nella manica, niente da dire: un nome eccelso già variamente e mediaticamente indorato da parecchie comparsate ad Expo 2015. Eppure viene spontaneo da pensare, associando il discorso scolastico a quello economico, ad una progettualità più mirata a far quadrare i conti che a gestire la faccenda su un piano squisitamente pedagogico. Ci sbaglieremo: ma quella hola pronunciata sulla propria pagina Facebook dall’ex ministro Fioramonti, dimessosi a Natale per carenza di fondi – “Sono sicuro che il Prof. Bianchi sarà in grado non solo di coordinare la riapertura delle scuole (…) ma anche di farlo in maniera condivisa, attraverso le migliori energie e gli organismi di rappresentanza del mondo studentesco, dei docenti, dei dirigenti scolastici, della comunità scolastica nella sua interezza. Mai come ora abbiamo bisogno di fare squadra” – sarà forse un’adesione entusiastica ed ideale all’impresa, ma il dubbio francamente lo insinua.

Nel frattempo ci piace ricordare che, mentre Azzolina e la sua pletora di esperti temporeggiano dispensando dichiarazioni sibilline praticamente ovunque, l’unica cosa che si è capito dai vaticini emessi col contagocce e sempre a quadrupla lettura “scolastica” (per poter essere assestati, ovviamente, a seconda di come tira il vento) è che la riapertura fisica delle scuole è procrastinata quantomeno al prossimo autunno, con buona pace di tutta la folla variamente rappresentata da madri, insegnanti e soprattutto studenti in crisi di identità.

Sì, perché mentre ai piani alti (e molto ben assembrati) si pensa a come dare il colpo di grazia definitivo al sistema scolastico italiano, sospendendo quella “comunità scolastica nella sua interezza” in un estenuante limbo comunicativo – l’unica a prendersi la responsabilità di metter nero su bianco è stata, dobbiamo ammetterlo, l’assessore alle Politiche Scolastiche lombarde Melania Rizzoli: non si torna a scuola fino a settembre, punto e basta – sembra quasi che al Ministero stiano mettendo in pratica i punti basilari del programma del linguista Raffaele Simone, che nel lontano 2000, nel lungimirante saggio intitolato “La terza fase”, sosteneva che il mondo, che aveva già attraversato la prima fase con l’invenzione della scrittura e la seconda con quella della stampa, si stava addentrando col nuovo millennio nella fase digitale, quella dove la lettura e la scrittura saranno sempre meno centrali e lo diverranno al contrario le competenze esperienziali, intuitive ed emozionali: con tutte le spiacevoli conseguenze del caso specifico e coatto della clausura.

Dio ce ne scampi e liberi da una scuola così, fatta non per costruire persone ma lavoratori in serie ben anestetizzati, distanziati e omologati come nelle migliori dittature, con lo zuccherino sentimentale come evasione: e quindi ci permettiamo un consiglio di lettura, ossia il mirabile e profetico saggio sul disastro annunciato della scuola italiana di Paola Mastrocola “Togliamo il disturbo”, da cui è tratta la suddetta considerazione intorno al testo emblematico di Simone (evidentemente non sconosciuto alla nostra task force trasteverina): un testo del 2011, edito da Guanda, sempre profeticamente, in terra orobica. Mettiamoci comodi e soprattutto, alla chetichella, potendolo fare, togliamo appunto il disturbo, ossia prepariamoci all’idea che la scuola – penitenza sui libri e sul fardello dell’accumulare le “canoscenze” ha le ore contate.

Photo by Element5 Digital 

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