Scuola vile e impotente definisce disturbati gli alunni che non sa gestire

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di Sergio Bianchini – Fino a 10 anni fa la certificazione dei disturbi specifici dell’apprendimento DSA era rarissima e legata ad effettive forti anomalie nello sviluppo del bambino. Oggi è diventata di gran moda ed assolve il sistema scolastico dalla sua inettitudine scaricando sugli insegnanti e sulle famiglie la responsabilità di certificare un numero ormai altissimo di “disturbati” e di consegnarli al supporto psicologico, didattico ed educativo personalizzato.

I disturbi si riferiscono ormai a innumerevoli tipologie: dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia, disprassia, disturbo di Attenzione/Iperattività (ADHD), disturbo Oppositivo/Provocatorio (DOP), di disturbo della Condotta (DC).

In pochi anni il numero totale di alunni certificati è salito in modo abnorme.

Cito i dati del Miur ripresi da Tecnica della Scuola.

Si è passati, in un decennio, dai 167.804 allievi “certificati” dell’a.s. 2004/05 ai 234.788 dell’a.s. 2014/15, fino a 254.000 nell’a.s. 2016-2017.

Dal 2010 al 2016 il numero di alunni con DSA è passato dallo 0,8% del totale alunni all’1,9% nella scuola primaria; dall’1,6% al 5,4% nella scuola secondaria di primo grado e dallo 0,6% al 4% nella scuola secondaria di secondo grado.

Le certificazioni di dislessia, rispetto al 2013/2014 sono salite da circa 94mila a poco meno di 140 mila. I disgrafici sono passati dai 30 mila del 2013/2014 a 57mila con una crescita del 90%. Anche il numero di studenti con disortografia passa da 37mila a 68 mila (+85%) e i discalculici aumentano dell’89%.

In particolare l’iperattività, il comportamento oppositivo o provocatorio sono dannosisissimi non solo per l’alunno interessato ma per il clima di tutta la classe o di tutte le situazioni anche familiari in cui si manifesta. L’alunno con queste caratteristiche comportamentali era noto anche in passato ma si trattava di casi molto limitati su cui l’intervento di insegnanti e genitori si concentrava e operava con decisione. Si trattava soprattutto di azioni di contenimento o isolamento stabilite per salvaguardare il clima e l’operatività del gruppo classe.

Il fatto di considerare tale “disturbo” come un malessere anche dell’alunno ha migliorato la definizione del problema evidenziando il disagio del portatore ma la rinuncia conseguita (sebbene non necessaria e qui sta il consueto equivoco) a proteggere il clima del gruppo è risultata devastante. Infatti questa rinuncia produce uno stato di disordine generalizzato nel gruppo e non attenua il disagio del disturbato, anzi lo moltiplica.

La situazione di classi o gruppi di lavoro ingovernabili è ormai generalizzata e fa parte del ”dolore” costante del lavoro educativo. L’ultimo errore della rinuncia sia a ben governare il gruppo che a trattare il “disturbato” è stato l’abbandono dell’allontanamento dalla classe del o dei “disturbatori” quando la situazione diventa insostenibile.

Ma le cause del moltiplicarsi assolutamente anomalo del numero dei “disturbati” in Italia sono di tipo organizzativo generale. Solo la viltà dei ministri dell’istruzione e dei massimi livelli dell’educazione impedisce di mettere mano alla disastrosa situazione della scuola che ha abbattuto la stima degli alunni e delle famiglie.

E voglio azzardare una interpretazione che a me appare semplice e chiara.

Proprio la perdita totale di stima (non parlo nemmeno del tradizionale affetto) della scuola reale, pur difronte alla continua esaltazione verbale del suo ruolo teorico, sta a mio parere dietro una delusione, spoetizzazione e opposizione di massa, più o meno consapevole, che produce una obbedienza passiva nei più e, in alcuni casi sempre in aumento, una resistenza oppositiva, ostruzionistica.

Molte volte il disturbato si fa anche interprete della stanchezza e disinteresse di tutto il gruppo verso la materia o l’insegnante o la scuola e quindi spesso il disturbatore gode anche di un tacito appoggio che lo inorgoglisce.

Queste dinamiche avvengono in forma spesso inconsapevole ma a volte con aperta consapevolezza.

Proprio recentemente ho avuto una conferma diretta in un gruppetto che gestisco come volontario in un doposcuola parrocchiale del milanese. Ad un alunno di prima media che non sapevo fosse certificato, ho chiesto di rifare una scrittura incomprensibile. Mi ha guardato e in silenzio ha riscritto perfettamente la frase. Poi di nuovo mi ha guardato e ha detto solennemente:” noi sappiamo fare tutto, solo che non abbiamo voglia”.

Ed io, che da decenni mi interrogo su cosa sia la voglia e la differenza tra la voglia e la volontà gli ho risposto con calma: “e come si fa a far venire la voglia?”.

Di nuovo lui mi ha guardato serio e tranquillo e ha detto: ”ci vuole l’erba voglio”.

Sto ancora meditando sulla faccenda e ho visto che il ragazzino nei miei confronti ha un’aria rispettosa e seria anche se in generale è visto come un”oppositivo” e in effetti lo è anche se risulta autorevole tra i pari.

Ebbene, l’erba voglio è scomparsa dalla scuola e dalla gioventù italiana. La producevano in grandi quantità gli insegnanti quando erano bravi, motivati e stabili. La producevano in grande quantità i genitori ed i parenti che sempre elogiavano le buone qualità ed attitudini dei giovani, dall’autocontrollo, alla “obbedienza” (che parolaccia!), alla capacità di dedicarsi al superamento delle proprie lacune tecniche e relazionali.

L’erba voglio la produceva anche una cultura diffusa nei libri, nelle riviste, nei film, nei media dove il bravo alunno, il bravo ragazzo era sempre il modello indicato.

Abbiamo abbattuto questo modello in nome del giovane dotato di “spirito critico” e contemporaneamente abbiamo esonerato la scuola dall’obbligo di mantenere un livello organizzativo nobile, sopportabile e qualitativamente elevato cominciando dal ministero fino ai presidi, agli insegnanti ed ai bidelli.

Siamo totalmente a terra. Non vedo ancora segni di svolta.

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