Raffaello, l’immortale Rinascimento

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di Laura Aresi – Ricorrono oggi i cinquecento anni dalla morte di Raffaello Sanzio. Di lui si sa praticamente tutto, né sarà il caso di raccontare qui quello che facilmente si può trovare altrove. C’è però un personaggio uscito dalla sua tavolozza che può interessarci particolarmente in queste ore: si tratta di Giuliano de’ Medici duca di Nemours, il terzogenito maschio del Magnifico, una vera e propria icona culturale ai tempi dell’Urbinate e anche e soprattutto politica, benché sia stata – esattamente come colui al quale venne forse non troppo immeritatamente paragonato, il Valentino – una meteora.


Giuliano era stato grande amico di gioventù di Niccolò Machiavelli, benché fosse minore di lui di dieci anni esatti, essendo nato nel 1479. Era stato coltivato con lui agli studi umanistici e alla poesia volgare dal Poliziano, e sempre quest’amicizia nel segno della letteratura e della storia sostenne reciprocamente entrambi nei momenti cruciali della loro vita: fu Niccolò vicino all’amico nel suo rientro improvviso a Firenze dopo la fuga del Soderini di fine agosto 1512, e fu chiamato probabilmente proprio da Giuliano, ancora spaesatissimo, i primi giorni di settembre a scrivere la famosa quanto enigmatica lettera alla gentildonna – dicunt i critici più audaci, Richardson in testa, Isabella d’Este – che riassumeva le rapide tappe della caduta della Repubblica e del ritorno della prole medicea in città.

E così fu proprio Giuliano colui al quale si appellò il povero Machiavelli dalle grate della sua angusta prigione nella quale era stato gettato all’inizio dell’anno successivo con l’accusa – infondata – di aver partecipato alla congiura medicea di Boscoli e Capponi, il suo nome essendo comparso in un foglietto – nota Ridolfi nella celeberrima biografia – in calce ad un elenco di cospiratori avversi al regime.

Nessuna prova era emersa durante il processo: eppure il Segretario fiorentino, che già a novembre aveva perso i suoi uffici, era stato condannato, torturato, incarcerato e destinato ad una pena tanto angosciosa quanto infinita, quando un bel giorno gli venne in mente di inviare una coppia di sonetti caudati al suo amico di gioventù, nei quali trovava persino la forza di ironizzare sul suo non certo invidiabile stato di prigioniero. Fatto sta che Giuliano concesse la grazia al vecchio amico e lo scarcerò dopo poco, sebbene i meriti ricaddero sul fratello maggiore una volta insediatosi sul soglio pontificio a marzo incipiente.
Guliano era figura bella, amabile, gentile, politicamente equa in quella Firenze di cui aveva assunto le redini ponendosi a capo della Balìa medicea e anche – diciamocelo – un po’ donnaiola: ai tempi dell’esilio aveva vissuto parecchio ad Urbino, corte squisitamente dedita alla mondanità tanto quanto alle arti, e qui tra gli altri aveva conosciuto Ariosto, il Bembo (che lo presenterà come incarnazione del bell’eloquio fiorentino nelle Prose della Volgar Lingua), il Castiglione (che nel Cortegiano lo dipinge come il difensore del bello e del generoso) e poi proprio l’Urbinate per eccellenza, Raffaello Sanzio, al quale rimase impressa la fisionomia di quel principe così particolare, il primo Medici in assoluto a meritarsi un titolo nobiliare. Il ducato di Némours gli era vaso da re Francesco I sia per i servigi offerti alla sua corona ma anche in virtù del matrimonio con Filiberta di Savoia, sua stretta parente: e il novello duca era anche colui su cui ricadevano tutte le speranze del papa suo fratello di poter creare uno stato mediceo nel Centritalia da contrapporre alle potenze dell’epoca, da Venezia al ducato di Milano passando per Ferrara, Mantova e gli aragonesi che avrebbe voluto stoppare sempre con la figura del suo pupillo. In buona sostanza, Giuliano, creato all’inizio del 1515 dal consanguineo pontefice governatore di tutte le province emiliane fatta eccezione per la roccaforte estense e nel medesimo tempo proclamato generale della Chiesa (e per fare questo Leone X lo aveva esonerato dal governo di Firenze, che aveva ceduto al nipote Lorenzo, figlio di Piero, il primogenito del Magnifico e dell’ambiziosissima Alfonsina Orsini) era destinato a divenire il primo, vero e proprio signore indiscusso rinascimentale di una nazione padana, considerate anche le mire papaline mai sopite nei confronti dello stato sforzesco, oggi in balia dei francesi, domani in virtù della stretta parentela con costoro chissà.

Non ci si deve stupire perciò, a fronte di tutto questo, se l’affascinante novello Némours, erede ideale di quel Gaston de Foix caduto in combattimento in quel di Ravenna lasciando i francesi privi della loro Folgore d’Italia, fosse stato – come si evince dalla celeberrima lettera al Vettori del X dicembre 1513 – il primo pensiero di quel Machiavelli che si apprestava – post res perditas, nel suo povero confino dell’Albergaccio, moglie e sei figli a carico – a cercare un dedicatario consono per l’”opuscolo De Principatibus”: il Principe non poteva che essere pensato su misura sul personaggio più emblematico del tempo, del quale il povero Segretario avrebbe voluto – come si suol dire oggi – divenire ancora una volta lo spin doctor. Peccato che Giuliano morisse improvvisamente nel settembre del 16 lasciando di stucco tutti coloro che avevano riposto speranze nella sua carismatica figura – è proprio il caso di dirlo – di splendido principe padano, a partire dal Machiavelli: che infatti – benché la leggenda narri diversamente, ma la mancata accettazione della dedica da parte dell’amico è ancora tutta da dimostrare e comunque molto poco probabile – dovette ripiegare velocemente su un altro destinatario, ossia quel giovane Lorenzo nato pochi mesi dopo la morte del nonno omonimo, intrigante e superbo come la madre, che però a sua volta passò a miglior vita poco tempo dopo lo zio, estinguendo il ramo principale della famiglia Medici per sempre.

E Raffaello, cui venne commissionato di ritrarre entrambi, immortalò sicuramente con maggior efficacia l’indicibile nostalgia di un sogno perduto nello sguardo sfuggente, malinconico e distaccato di Giuliano, del quale ci rimane appunto lo splendido ritratto forse postumo (come del resto lo è il Pensatore michelangiolesco delle tombe medicee in San Lorenzo) in cui il Principe compare sullo sfondo di un verde tendaggio, verde come le sue amate terre salutate anzitempo, oltre il quale, in lontananza, domina benevolente Castel Sant’Angelo.

In apertura, ritratto conservato al Metropolitan Museum of Art di New York

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