Prescrizione, curare è meglio che prevenire

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di Fulvio Curioni – La riforma della prescrizione passa attraverso l’abbandono di posizioni politiche, in quanto esiste una soluzione concreta alla questione. La decadenza del processo anzichè del reato, stabilendo precisi tempi per le fasi del giudizio. La riforma Bonafede venne da subito bersagliata e denigrata da opposti schieramenti capaci solo di distogliere l’esame della pubblica opinione alla soluzione dell’eterno problema di giustizia.

La nuova ministra Cartabia infatti, intende predisporre linee guida di una riforma del processo penale, curando le cause e non i sintomi della prescrizione. Occorre andare oltre la riforma Bonafede per porre una fine radicale agli oltre centomila processi che ogni anno si concludono con la prescrizione, poichè più della metà si prescrive prima che il difensore possa pilotarne la durata, un problema quindi strutturale. Non si può affermare che una intollerabile tolleranza sia o sia stata sempre collegata alla estrema gravità dei crimini, poichè processi senza fine riguardano pure procedimenti per reati di modesta entità demagogicamente inseriti in un percorso di perseguibilità senza fine.

La verità è che la gravità del reato, sulla cui base la precedente ed attuale disciplina scandiscono il tempo della prescrizione, nulla incide sulla ragionevole durata del processo. La gravità del reato serve per misurare il tempo necessario all’oblio collettivo, quindi più il reato è grave e maggior tempo occorre alla società per dimenticare.

Ad esempio, stabilendo termini indicativi entro cui ciascuna fase del processo dovrebbe concludersi, consentirebbe di monitorare le anomale dilatazioni temporali affinchè non si ripetano. La legge Bonafede ha di fatto cancellato la prescrizione dopo la sentenza di primo grado sovrapponendosi a preesistenti freni in tal senso. La ministra Cartabia infatti è nota per la sua competenza nel campo della giustizia riparativa, la cui attuazione potrebbe fornire preziosi strumenti attuativi dei principi costituzionali di umanizzazione e finalità rieducativa delle pene.

Segnalo infine un piccolo “atto” elargito in extremis nell’ultima legge di bilancio, utilizzando un emendamento parlamentare sottoscritto da Siani quale primo firmatario: prevede un fondo dedicato all’inserimento dei nuclei mamma-bambino all’interno di case famiglia e comunità alloggio mamma – bambino idonei ad ospitarli, sono un milione e cinquecentomila euro destinati per soli tre anni al ministero della giustizia a tale scopo. A fine 2020 nel circuito penitenziario risultavano 31 detenute madri con 33 figli al seguito. Queste briciole di risorse pubbliche, credo possano essere un piccolo segnale di attenzione al fine di strappare i bambini dalla esistenza ingiusta in un carcere, in attesa che anche l’opinione pubblica non si giri dall’altra parte ma prenda coscienza di un dramma sociale avvilente e per nulla dignitoso.

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