Partito Comunista, dopo 100 anni ardono le braci della verità di Bordiga

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di Roberto Gremmo – Il centenario del Partito Comunista d’Italia ha dato la stura ad una mandria di pennivendoli sdraiati sulla linea che cercano di dimostrare una continuità ideale fra il manipolo di rivoluzionari del 1921 e l’attuale rincorsa ai ceti medi riflessivi ed al lingua della sinistra coi potentati finanziari,  burocratici e militari.

Ci sembrano invece interessanti e stimolanti le riflessioni fatte per l’evento centenario da Osvaldo Pesce nel sito “penna biro” con considerazioni originali proprio sulla validità e sulle prospettive della famosa scissione di Livorno. Va premesso che all’inizio del 1921 il momento buono rivoluzionario era già passato, dopo il fallimento dell’occupazione delle fabbriche, momento topico del “fare come la Russia”, andato a rotoli anche per precise responsabilità del giovane Togliatti.

La scissione giunse ormai troppo tardi e solo per affermare l’adesione alla terza internazionale ma non poteva più smuovere le masse per un moto eversivo.

Grazie allo sdoganamento da parte di Giolitti dei sanculotti di Mussolini, le truppe per il ritorno all’ordine erano ormai alle soglie del potere e, ovviamente, esercito, monarchia e grossi potentati economici non fecero fatica ad accodarsi. In queste condizioni non aveva torto Bordiga a sostenere che il piccolo Partito Comunista poteva solo mettere al riparo le proprie forze senza cadere un fughe in avanti avventurista.

Pur con tutta la loro generosa volontà di lotta, gli “Arditi del Popolo” erano manovrati dalla massoneria e non potevano contrapporsi più di tanto ai fascisti, che nella marcia di Roma avevano alla testa quattro “fratelli”. L’ostilità di D’Annunzio al Duce non era “antifascista” ma si spiegava solo come avversione personale a Mussolini, che il Vate accusava d’avergli rubato i soldi della sottoscrizione per Fiume. Anche i 20.000 anarchici di Malatesta che nel loro nullismo politico non mossero un dito contro le camicie nere.

Una politica di fronte poteva rivolgersi solo verso i socialisti, ma le polemiche erano ancora brucianti e le direttive moscovite molto chiare contro i “traditori”. Restava solo la resistenza per una lotta di lunga durata formando, come voleva Bordiga, le squadre comuniste di autodifesa armata. Lo stesso Gramsci venne denunciato quando la polizia scopri un deposito di esplosivo occultato nella sede dell’ordine nuovo.

L’alternativa era lo sbaraglio. Quello che dovevano in seguito imporre da Parigi Togliatti e Grieco che spedivano in Italia a farsi di certo arrestare decine di sprovveduti “fenicotteri” (fra  loro anche Secchia) solo per “dimostrare” a Stalin che il Partito era vivo e vegeto, proprio mentre porgeva la mano ai “fratelli in camicia nera”.

Giustamente Pesce ricorda che Bordiga era un uomo tutto d’un pezzo, coerente e determinato. Fra l’altro, va pur detto, nel dopoguerra Presidente dell’Ordine degli Ingegneri della Campania. La scuola togliattiana di falsificazione, per tentare di giustificare le proprie vergognose giravolte, lo ha sempre calunniato.

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