Nessun antirazzista si indigna per monumento Vittoria di Bozen e su cima sarda dedicata al generale che sparava a pastori?

24 Giugno 2020
Lettura 2 min

di Roberto Gremmo – Non riesco a prendere sul serio le bande d’imbrattatori scatenati che vogliono rettificare ‘antirazzisticamente’ la storia perché sono malati di strabismo e colpiscono simboliche icone scelte con cura perché considerate ‘reazionarie’ ma si guardano bene dal puntare il dito contro gli emblemi ancor oggi ben visibili dell’imperialismo italiano, straccione, fanfarone ma violento e, lui sì, nemico dei Popoli.

L’esempio più evidente di esaltazione del militarismo e della tracotanza sabaudo-italiana è il tristemente famoso ‘Monumento della Vittoria’ costruito agli albori del Fascismo su progetto di Marcello Piacentini sui resti del “Kaiserjägerdenkmal” (monumento ai caduti in guerra) a Bozen, la capitale del martirizzato Sud Tirolo, annesso all’Italia a colpi di cannone, sempre minacciato nella sua identità linguistica e culturale e razzisticamente (questo sì) osteggiato dai fanatici del “Roma doma” e delle italianizzazioni forzate.

Marmoreo simbolo di imperialistica sopraffazione, il monumento ha portato fino al 2014 sulla facciata la scritta in latino “Qui i confini della Patria” dove “educammo gli altri alla lingua, al diritto, alle arti”; un vero e proprio schiaffo in faccia ad una popolazione di lingua e cultura tedesca che sapeva che la sua “Heimat” non era quella di Roma e non aveva certo bisogno d’essere istruita dalle camicie nere.

Ancor oggi, il minaccioso simbolo dell’imperialismo italiano è causa di lacerazioni, polemiche e meta di nostalgiche esibizioni nostalgiche, come la “marcia su Bolzano” del 2011 organizzata da “Casa Pound”.

Se i nemici del razzismo fossero sinceri dovrebbero per prima cosa chiedere almeno una efficace storicizzazione del monumento.

E invece non lo fanno. Perché?

Un altro residuo della peggior storia italica su cui gli ‘antirazzisti’ pare non abbiano nulla a che ridire lo troviamo in Sardegna dove la cima più alta dell’isola (1834 metri) nel Gennargentu è stata battezzata “Punta La Marmora” in onore del generale sabaudo Alberto La Marmora, fratello del cannoneggiatore di Genova del 1849.

Se c’è un personaggio che in Sardegna non merita alcun onore è proprio questo fanatico servitore sabaudo che come “Commissario Straordinario” del Re aveva represso con metodi colonialisti la rivolta dei pastori sardi che si opponevano alla privatizzazione delle terre comuni imposta con la forza dagli invasori sbarcati dal Continente.

Contro questa violenza doveva puntare il dito soprattutto il deputato, ex prete e massone della Loggia “Universo” Giorgio Asproni che, indignato per i metodi di La Marmora, riteneva “inaccettabile che i Piemontesi ricorressero alle armi per risolvere i problemi che loro stessi avevano creato nell’isola, imponendo un nuovo tipo di economia e cambiando lo stile di vita che il popolo sardo aveva sempre conosciuto”.

A parte che con i poveri Piemontesi i Savoia ed i loro servi usavano all’occorrenza analoghi mezzi estremi (vedi strage di Torino del 1864 per lo spostamento della Capitale), la protesta motivata del politico di Bitti basta ed avanza per concludere che non è giusto continuare ad onorare in Sardegna un personaggio ostile al popolo come La Marmora.

In ‘sa limba’ sarda la cima controversa si chiama “Perdas Carpìas”. Perché nessuno propone di chiamarla soltanto così?

Foto in apertura tratta dal video di
Matteo Piras Adventures – Integrale su

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