Lingue del territorio. La politica fa solo casino e l’informazione basso folklore

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di Giovanni Polli – In ogni regione evoluta e civile d’Europa in cui sia presente una lingua regionale o minoritaria che l’Unesco considera “in pericolo”, sono messe in atto azioni, prescritte o meno dall’adesione degli Stati alla Carta promossa dal Consiglio d’Europa, non solo per promuovere la tutela delle lingue ma per avviare percorsi di vera e propria “rivitalizzazione linguistica” del loro uso quotidiano.

Qualunque percorso di “rivitalizzazione” nasce da considerazioni antropologiche, sociologiche e politiche prima ancora che da considerazioni eminentemente di ordine linguistico. Per ipotizzare un percorso valido anche per le lingue regionali o minoritarie parlate in Italia, che ricordiamo essere 32 in accordo con l’Atlante Unesco (a loro volta divise in sottovarianti o “dialetti” propriamente detti), si dovra innazitutto partire dall’osservazione e dallo studio delle azioni intraprese nelle parti più evolute e civili d’Europa e del mondo.

Andrebbero quindi stimolate, favorite, coordinate e sostenute ad ogni livello del territorio delle vere e proprie politiche di salvaguardia attiva dei patrimoni linguistici, che poco o nulla hanno a che vedere con la disciplina presente nelle Università italiane chiamata “filologia romanza”.

Queste politiche che – si faccia attenzione, questo è il punto nodale – iniziano infatti proprio là dove finisce la filologia linguistica. Quest’ultima, nelle sue varie specializzazioni, ha il compito di essere sostenuta e valorizzata in quanto ha il compito di “fotografare l’esistente” in tema di lingue del territorio.

Le politiche di salvaguardia attiva, viceversa, vanno ben oltre. Perché appartengono ad un’altra categoria dell’agire. Non si occupano di reperti da museo, ma devono essere mirate innanzitutto ala diffusione tra i cittadini della consapevolezza del valore fondamentale non solo storico e culturale ma soprattutto, in prospettiva, economico e contemporaneo della vitalità delle lingue regionali o minoritarie nelle loro articolazioni territoriali.

In Italia questo è un concetto ben difficilmente comprensibile e spiegabile tra gli “addetti ai lavori”, figuriamoci tra i semplici “appassionati” o, peggio ancora i “cultori dialettali”. Difficilmente comprensibile soprattutto se pensiamo che quasi nessuno ha mai provato a spiegarlo in modo organico e coerente.

Da questo punto di vista, l’”informazione” in Italia è del tutto inesistente. O, molto più spesso e molto peggio, del tutto errata e fuorviante. Qui il tema, di solito viene ricondotto alle “cose dialettali”, quindi di per sé legate al passato, al “folklore”, alla comicità, al livello basso della comunicazione, alla nostalgia del mondo antico perduto, insomma a tutto un bagaglio di sensazioni ed emozioni rivolte al passato anziché ad un futuro diverso e migliore da quello imposto dalla globalizzazione culturale.

Il passaggio successivo e virtuoso a questa presa di coscienza deve quindi prevedere, tramite le esperienze e le competenze tratte dal lavoro di qualificati linguisti e docenti universitari internazionali che già si occupano in Europa della rivitalizzazione sociale ed economica delle lingue dei territori, l’applicazione piena anche per le lingue parlate nei territori dello Stato italiano le stesse vincenti politiche richieste dal Consiglio d’Europa e già applicate in situazioni – come la Catalunya – in cui non soltanto la lingua è ormai fuori pericolo, ma è diventata essa stessa motore di crescita economica e sociale, oltre che di consapevolezza identitaria imprescindibile.

Vanno quindi respinti con un “no” deciso tutte quelle politiche di intervento che fanno leva e riferimento al passatismo o a sterili folklorismi fini a se stessi, investendo tempo, energie e conoscenze in un deciso sì a politiche di reimmissione piena e totale delle lingue dei territori (padano-alpini e mediterranei) nella società civile e nel tessuto economico e produttivo, sulla scorta di quanto avviene negli altri avanzati popoli d’Europa.

E qui la realtà italiana si scontra con un primo limite strutturale e giuridico proprio nella legge statale 482 del 1999 che continua a riconoscere come esistenti in quanto lingue una minoranza delle lingue regionali o minoritarie effettivamente presenti nel territorio dello Stato italiano.

La legislazione regionale in materia è del tutto residuale e sconta una incredibile sentenza della Corte costituzionale adita dal governo italiano che, su iniziativa dell’allora ministro per gli affari regionali Raffaele Fitto, aveva impugnato la legge regionale piemontese che riconosceva la Lingua piemontese insieme a quelle già riconosciute dallo Stato, per quanto di propria competenza.


La mannaia rappresentata dalla sentenza 170 del 2010 resta un vulnus enorme creato nel diritto di autodeterminazione linguistica e culturale dei territori, dal momento che ribadisce che il riconoscimento di una lingua regionale o minoritaria in quanto tale spetta solo allo Stato centrale. (3/continua)



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