La tragedia delle marocchinate. L’altra faccia della medaglia dei liberatori

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di Roberto Gremmo – I soldati coloniali francesi, detti “Goumiers”, si macchiarono di ignobili delitti a sfondo sessuale contro donne italiane di ogni età.

La prima formale protesta italiana contro di loro venne spedita dagli impotenti ma allarmati vertici della polizia italiana alla “Commissione Militare Alleata” all’inizio del 1944 per segnalare “la frequenza di reati, specie di rapine e a volte anche di violenze carnali, da parte di militari delle Truppe Alleate”. Col cappello in mano e la mitezza del vinto se non proprio del servo chiesero “che i lamentati reati, se non po[teva]no essere eliminati nella loro totalità ven[isse]ro almeno sensibilmente diminuiti”.

Una richiesta accorata ma non tenuta in considerazione anche perché fino a quel momento il fenomeno drammatico della violenza alleata contro i civili era stata completamente sottovalutato.

Del resto, le cifre ufficiali sembravano dimostrare che questi crimini erano pochi ed occasionali.

Le violenze carnali di soldati alleati denunciate ufficialmente dall’8 settembre 1943 alla fine dell’anno sarebbero state appena otto e quattro quelle tentate mentre dall’inizio del 1944 ad aprile sarebbero salite a diciannove e quelle tentate quarantatre.

Solo fra maggio e giugno le ‘marocchinate’ stuprate sarebbero state almeno 1.017.

Sembravano già tante, ma era solo l’inizio.

La notte del 17 giugno 1944 a Priverno due soldati marocchini “penetrarono a viva forza in varie case campestri, in cerca di donne” ma vennero presi a fiucilate da un contadino che uccise uno di loro. Il mattino seguente gli abitanti furono costretti a scappare perché gli alleati tornarono in forze, decisi a vendicarsi, saccheggiando e rubando. Qualcuno, esasperato, sparò di nuovo contro di loro mettendoli in fuga. La sera successiva piombarono a Priverno una cinquantina di marocchini che “procedettero alla sistematica distruzione delle abitazioni”.

L’11 luglio 1944 a San Felice Circeo due soldati marocchini penetrarono in una casa colonica dove ferirono una donna nel tentativo di abusarne mentre due giorni dopo in località “Macchia Rotonda” di Grazzanise in provincia di Napoli tre militari francesi “qualificatisi per agenti di polizia” invasero un’altra casa, rapinarono il proprietario, violentando una donna.

Il 16 luglio un soldato marocchino fermò una ragazza ed un suo amico col pretesto di chiedere loro i documenti ma poi rivelò le sue intenzioni criminali, accanendosi contro il ragazzo ed uccidendolo con un colpo di fucile perché cercava di impedirgli di violentare la giovane.

Il 23 luglio a Frignano Maggiore in provincia di Napoli quattro soldati marocchini usarono violenza ad un ragazzo.

La notte del 29 luglio a Tarquinia una decina di marocchini armati entrarono in una casa, immobilizzarono il proprietario che riuscì a liberarsi cacciando gli aggressori mentre cercavano di violentargli la moglie e la figliola appena quindicenne. Sorpresi dalla reazione imprevista, i coloniali furono costretti ad andarsene “dopo aver malmenato e morsicato le donne ed asportando la somma di £. 4.000”.

Nelle stesse ore, nelle campagne di Monteriggioni tre soldati marocchini violentarono una contadina cinquantaduenne.

Nel pomeriggio del 30 luglio ad Atella un militare algerino “si congiungeva carnalmente” con un bambino di dodici anni.

Lo stessso giorno, a Monterano un gruppo di militari marocchini tentarono di violentare una giovane contadina ventitreenne ma di fronte alla sua disperata resistenza “la percossero con uno scudiscio, ferendola gravemente” dandosi alla fuga. Nelle stesse ore a Nusco “si accese una rissa tra due negri e quattro marocchini” e sfortunatamente rimase ferito un incolpevole italiano “intervenuto per mettere pace” proprio mentre nelle campagne vicine un altro soldato marocchino “violentò [un] bambino di otto anni”. Nella notte, sempre nell’avellinese, a Gesualdo gruppi di soldati francesi e marocchini in pieno accordo saccheggiarono le case, tentando di violentare una donna che si salvò gridando e facendo accorrere i vicini.

Il 31 luglio a Chiusano San Domenico un gruppo di soldati marocchini armati cercò di violentare due donne ma di fronte alla loro resistenza le ferirono a coltellate.

La notte del 3 agosto nelle campagne di Littoria “militari bianchi e di colore del corpo di spedizione francese” entrarono in una fattoria, picchiarono selvaggiamente il proprietario, violentando sua moglie ed altre due poverette. Senza difesa, “Ciascuna donna dovè subire le violenze di quattro soldati, riportando lievi abrasioni perivaginali” mentre l’uomo rimase ferito. Sfogate le loro voglie, i soldati fuggirono dopo aver rubato biancheria, oggetti d’oro, utensili vari e denaro “per un importo totale di circa 100.000 lire”.

Il giorno seguente nelle campagne di Paternopoli “militari di colore del corpo francese di liberazione” violentarono una donna anziana mentre nelle stesse ore ad Atella un ufficiale francese e una dozzina di marocchini saccheggiarono una casa e violentarono una donna “dopo averne immobilizzato il marito”.

Il 6 agosto solo l’arrivo di un gruppo di persone impedì ad un soldato marocchino di violentare una donna in contrada Casarsa nel comune di Montemarciano.

L’11 agosto a Montefalciano un militare marocchino violentò una donna tentando anche di rapinarla ma venne messo in fuga da un gruppo di civili richiamati dalle grida della poveretta.

Il 14 agosto a Sessa Aurunca un bambino di quattordici anni “condotto da due militari marocchini in una grotta, venne percosso e violentato”.

Il 2 settembre 1944 in località “San Mamiliano” di Campo d’Elba un militare algerino entrò in una casa cercando di possedere una donna, subito difesa dal marito che ferì l’aggressore prendendolo a coltellate e costringendolo a fuggire; due giorni dopo sempre all’Elba in località “Pian di Mezzo” un altro soldato algerino cercò di violentare una poveretta.

Il 16 settembre 1944 a Monteforte Irpino due marocchini cercarono di violentare una donna ferendo il marito che cercava di proteggerla.

Tre giorni dopo a Caivano in provincia di Napoli un uomo venne ucciso a bastonate da “un soldato arabo” che cercava di violentargli la moglie.

La misura era colma.

A tal punto che l’organo di stampa della Santa Sede, “L’Osservatore Romano” denunciò apertamente la situazione creata dalla permanenza a Roma, Littoria, Napoli e Salerno dei soldati marocchini dove “rende[va]no per così dire, croniche purtroppo quelle loro violenze che, anche ove trascorressero come una folata di tempesta, lasciavano sempre tracce gravissime” come dimostravano decine e decine di testimonianze su “violenze sulle persone, sopratutto donne e bambini, contro la proprietà, la sicurezza pubblica”. Il quotidiano vaticano ricordava ai vertici militari alleati che la realtà drammatica delle violenze ai civili italiani aveva “dell’assurdo e per i principi e fini cui si ispirano le forze Alleate e per la nessuna ragione militare e politica di questa permanenza in terra altrui di truppe indisciplinate, indisciplinabili e quindi inservibili a qualsiasi scopo”. La richiesta era una sola, esplicita, ferma e perentoria: allontanare le truppe marocchine e “disporre il rimpatrio se mai si tema che ovunque accada altrove, e magari nella Francia stessa, ciò che in Italia si è sopportato per verità fin troppo”.

Trasferite in Campania, le truppe francesi d’origine nord-africana sembrarono restare sotto controllo per qualche tempo.

Ma poi, il 21 giugno 1945 a Bagnoli “tre soldati algerini in compagnia di tre signorine” pretesero di cenare in una trattoria senza pagare il conto, vennero alle mani con un gruppo di militari italiani che li avevano rimproverati ed iniziarono a devastare il locale, finché furono arrestati dalla polizia americana. Per protesta, “Qualche ora dopo, militari algerini, percorrendo le vie del paese, spararono, per rappresaglia, una cinquantina di colpi di pistola, senza conseguenze.” ed anche se la polizia americana riuscì poi a fatica a riportate l’ordine, nessun africano venne punito.

Godevano d’un assoluta impunità e potevano fare tutto quel che volevano.

Lo s’era già capito la sera del 19 gennaio 1944 quando due marocchini aggredirono a Napoli una ragazza “deflorandola”. La poveretta denunciò il crimine al comando francese che chiese l’aiuto dei carabinieri per identificare i responsabili. Poi si scoprì che uno dei violentatori era proprio l’attendente dell’ufficiale ‘degollista’ più alto in grado che chiese ad uno stupefatto maresciallo “di astenersi dal procedere ulteriormente perché scoperti gli autori si sarebbe interessato il comando francese per i provvedimenti a carico dei responsabili” e tutto finì in niente.

La vergogna ed il pudore aiutarono per parecchio tempo a nascondere i delitti a sfondo sessuale.

Solo alla fine del 1946 l’anziano massone e già uomo di governo onorevole Giovanni Persico ed il deputato democristiano ciociaro Giacomo De Palma denunciarono alla Costituente la realtà impensabile della ‘guerra ai civili’ dei marocchini in divisa francese.

L’opinione pubblica fu scossa dalle loro rivelazioni ma le vittime non ebbero alcun aiuto.

Solo nella primavera del 1951 nel corso d’un “Convegno per la rinascita della zona della battaglia di Cassino” organizzato dal “Partito Comunista Italiano” con la presenza di Giuseppe Di Vittorio intervennero in massa parecchie donne vittime delle violenze alleate e qualcuna di loro “parlò delle bestialità dei marocchini e delle 60.000 pratiche inevase di altrettanti uomini e donne che subirono violenze indicibili da parte delle truppe di colore”.

L’enorme eco suscitato dalle loro denunce convinse i partiti di sinistra ad organizzare in autunno un altro incontro di ‘marocchinate’ dove intervennero più di 500 donne.

Del loro dramma si occupò finalmente la Camera dei deputati il 7 aprile del 1952 quando (in seduta notturna !) venne discussa l’interpellanza dell’onorevole Maria Maddalena Rossi, esponente del P.C.I. e segretaria dell’“Unione Donne Italiana” che sollevò la spinosa questione delle pratiche di risarcimento danni presentate dalle oltre 60.000 (!) presunte vittime delle violenze delle truppe coloniali francesi chiedendo “una legge speciale che consent(isse) cure e assegni vitalizi adeguati”.

Il sottosegretario al tesoro Tessitori assicurò l’interessamento del governo.

Arrivarono quattro soldi di pensione che non cancellarono brucianti ferite nel corpo e nello spirito.

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