La Sicilia ai siciliani. Storia di una nazione ancora senza Stato

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di Roberto Gremmo – E’ fresca di stampa la pubblicazione del testo cardine dell’indipendentismo “La Sicilia ai Siciliani” scritto nel 1942 dal professor Antonio Canepa con il nome di battaglia di “Mario Turri” (Magenes editoriale via Carducci 17 – 20123 Milano; 70 pagine, euro10).    Credo di essere stato fra i primi a documentare le spericolate avventure giovanili di un personaggio straordinario come Canepa perché nel 1995 nei primi numeri di “Storia Ribelle” scrissi un articolo sul suo spericolato e fallito tentativo di colpo di Stato a San Marino nel 1933 ed un altro sulla fondazione del “Partito dei Lavoratori” a Firenze nel 1944. Ma questa era solo la tempestosa infanzia d’un condottiero, perché l’inquieto studioso doveva successivamente passare alla storia soprattutto come fondatore e capo indiscusso dell’”Esercito Volontario per l’Indipendenza Siciliana” di cui l’opuscolo ora ristampato era la sintesi ideale di una lotta che trovava grande sostegno popolare perché, come ben ricorda Maurizio Castagna, all’epoca gli indipendentisti della Trinacria potevano contare nell’isola su 500.000 iscritti, “molti di più di quanti ne fossero iscritti, complessivamente, a tutti gli altri partiti del fronte antifascista”.   

Come noto, Canepa venne ucciso in un conflitto a fuoco con una pattuglia di carabinieri che lo intercetto’ la notte del 17 giugno 1955 mentre a Randazzo, in località Murazzu Ruttu, su un autofurgoncino tornava da un’azione di autofinanziamento del movimento separatista con cinque giovani compagni. Mentre due di loro riuscivano a fuggire, Canepa e due guerriglieri perirono sotto i colpi di pistola mitragliatrice ed un altro rimase ferito ma, creduto morto, venne anch’egli rinchiuso in una bara finché un necroforo si accorse che respirava e, schiodata la cassa, gli salvò la vita.   

Molti studiosi sono concordi nell’affermare che l’agguato della Benemerita non fu casuale, ma provocato da una delazione ed hanno puntato il dito soprattutto sui servizi segreti d’una Gran Bretagna che in un primo tempo aveva sostenuto gli indipendentisti ma poi li aveva abbandonati al proprio destino quando si convinse che avevano perso la partita. Altri ricercatori pensano che le posizioni socialmente avanzate di Canepa dessero fastidio ai settori conservatori del movimento separatista che perciò avrebbero tramato per farlo cadere in una trappola, eliminando una figura scomoda e carismatica. Personalmente, non dimenticherei che il potente senatore del Partito Comunista Italiano Edoardo D’Onofrio ha a suo tempo dichiarato per iscritto che i togliattiani consideravano Canepa uno di loro ma avevano cominciato a guardarlo con sospetto e timore scoprendo la sua militanza separatista che poteva far ombra all’organizzazione stalinista.

Sia come sia, eliminato “Mario Turri”, il separatismo siciliano perse di mordente, ripiegò sulla lotta elettoralistica e tornò ad un’efficace pratica militare e di guerriglia solo con Turiddu Giuliano quando l’occasione storica della Sicilia era ormai andata perduta e si doveva abbandonare il sogno di un’isola “pacifica, laboriosa, ricca, felice, senza tiranni e senza sfruttatori” auspicata da Canepa proprio nell’opuscolo “La Sicilia ai Siciliani” testè riedito.

Per quel che ne so, il testo di “Mario Turri” era già stato pubblicato nel 1987 a cura di Nicola Trupia dalle edizioni palermitane “Il Foglio” e nel 1990 in appendice al bel libro “L’esercito della lupara” del direttore di “Maquis” Filippo Gaja. E’ soltanto un dettaglio minore, ma va tuttavia segnalato che, sia pure solo in parti marginali e secondarie, il testo riportato da Gaja, a suo dire quello “pubblicato clandestinamente in capitoli staccati a Catania”, è parzialmente difforme da quello dato oggi alle stampe.

Tuttavia, il convincente testo sicilianista di Canepa resta un documento basilare della cultura indipendentista, accanto al manifesto federalista di Ventotene ed al programma autonomista alpino di Chivasso. E’ una pietra miliare che, come opportunamente sottolinea Castagna nella prefazione, riafferma il sacrosanto diritto all’autodeterminazione delle nazioni oggi ancora senza Stato.

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