La scuola dell’Azzolina è diventata un avatar. Presenza in assenza

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di Laura Aresi – Ogni santo giorno, dall’inizio dell’emergenza legata al coronavirus, Lucia Azzolina ci ha abituati al vaticinio fresco come il pesce del mercato siracusano di Ortigia, non a caso culminante nel tempio di Apollo: vaticinio immancabilmente da interpretare e, nel caso, da smentire l’indomani nella precedente lettura. La nuova di oggi è la promessa dei banchi singoli in arrivo nei prossimi giorni a tutte – più o meno – le scuole italiane.

Eppure – e citiamo le sue testuali parole – nell’ultima conferenza stampa risalente a venerdì 26 aveva così dichiarato, evocando nientemeno che Leibnitz: «Gli studenti e le studentesse non sono monadi isolate».

Il riferimento in quel caso era, in quel caso, alla “chiusura” della cultura legata alla scuola del passato, chiusura identificabile con gli spazi fisici tradizionali delle aule. «La scuola che sogno io è moderna – ipsa dixit – legata agli ambienti di apprendimento e non alle aule: basta (nel senso di “dobbiamo smetterla di”, ndr) avere la stessa fotografia della stessa classe da cinquant’anni a questa parte. Abbiamo bisogno di ambienti di apprendimento nuovi e tutto quello che ne nasce: una didattica nuova nella quale possono nascere gruppi di apprendimento. Gli studenti e le studentesse la chiedono». E questi ambienti di apprendimento, secondo la Ministra, dovranno formarsi necessariamente in tutti i luoghi preposti alla cultura e alla vita, fossero essi giardini, palestre, corridoi inutilizzati, archivi, musei, teatri, piazze eccetera eccetera.

E’ quindi davvero ardimentosa, questa volta, l’esegesi del pensiero della titolare del dicastero dell’Istruzione. Se gli studenti non sono monadi e devono insinuarsi in tutti gli spazi possibili ed immaginabili tramutandoli in festose fucine di didattica, ci si chiede come si possa pensare che gli unici a non relazionarsi fra di loro siano proprio gli studenti stessi, isolati – quando siano costretti a rimanerci, e non si è ancora capito la percentuale delle ore di lezione “tradizionali” e di quelle “moderne” – irrimediabilmente ciascuno nel proprio banco, entrando peraltro ad ingressi scaglionati per fasce d’età, come si apprende dall’intervista rilasciata al Messaggero: così da non incontrarsi assolutamente pena l’aver a che vedere con i propri fratelli conviventi e i loro amici delle classi precedenti o successive, con i quali si è giocato corpo a corpo al parco, in spiaggia, nei giardini e nelle camerette per un’estate intera e si continuerà a farlo anche con la riapertura delle scuole, nel privato dei propri spazi e tempi domestici.

Gli studenti dovrebbero insomma, osmoticamente, essere in armonia col creato intero secondo la Nuova Scuola, ma assolutamente non si pensi che possano minimamente tangersi fra di loro, prestarsi una penna, lavorare sul medesimo cartellone: una pedagogia veramente innovativa, che ci si immagina fondata sulla trasmissione disincarnata del pensiero e sulla liberazione dalla prigionia degli spazi classicamente intesi come fondativi dell’apprendimento. In classe sì, ma senza pensare di esserci veramente come fino a sei mesi fa. Per carità. Siamo seri.

Il tutto stride con una serie di considerazioni emerse nell’ultimo e famigerato delirio onirico della nostra Sibilla trasteverina. Come possono, ad esempio, le scuole rimanere “fulcro del quartiere” (sempre farina del suo sacco) se gli edifici scolastici vengono privati della loro funzione di riferimento fisico fondamentale nella didattica? Se la scuola è possibile ed è doverosa ovunque, non si capisce il perché di un’affermazione forte, classica come questa. Donde deriva?

Troppe le incognite in una “filosofia” che vorrebbe essere il faro pedagogico del secolo ma che ai raggi X ha molto di captato ed assemblato via via dal chiacchiericcio dei social, senza un filo conduttore né un programma definito né una visione superiore. E allora a questo punto manca solo la ciliegina sulla torta, e cioé che da settembre gli studenti debbano portarsi ognuno il proprio tablet o cellulare o notebook in classe e che la nuova regola sia quella di comunicare attraverso i propri avatar: le mascherine sarebbero molto più facilmente tollerabili se nessuno dovesse essere costretto ad emettere un filo di voce. Qualcuno, sappiatelo, lo sta già scrivendo da qualche parte nei meandri di Facebook e qualcun altro probabilmente sta pensando che sia proprio carina come idea e che sia il caso di inserirla in una prossima dichiarazione ufficiale per vedere l’effetto che fa. In fondo è una scuola in presenza anche questa, anzi: è la scuola che si adegua in maniera piuccheperfetta al mondo di oggi. Presenza in assenza, anzi in avatar, anche in famiglia.

Photo by Alesia Kazantceva 

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