La Commedia è e resta un’opera universale, ma con l’Italia una ed indivisibile non spartisce un bel niente

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di Roberto Gremmo – Non abbiamo motivo di sottrarci alle celebrazioni per i 7O0 anni dalla morte del “ghibellin selvaggio” Dante Alighieri. Ma abbiamo un mucchio di ragioni per dissociarci dalle elucubrazioni propagandistiche che ce lo gabellano come antesignano dell’unità italiana, un’idea che ai suoi tempi non poteva che essere giudicata bislacca ed assurda.

Litigavano persino fra fiorentini e proprio negli anni della maturità dantesca, si sviluppava in Piemonte la guerriglia di fra Dolcino, stroncata da una crociata come quella contro i catari occitani, una mobilitazione armata della Chiesa romana e di nobilastri sfruttatori realizzata per impedire (come ricordava l’autorevole storico biellese Emanuele Sella) la nascita di una nazione virtuale: la Padania.

Infarcita di suggestioni esoteriche mutuate anche dall’abate Gioacchino da Fiore, la Commedia e’ e resta un’opera universale, ma con l’Italia una ed indivisibile non spartisce  un bel niente. L’unificazione che doveva prevalere grazie alle armi sabaude ed alle bande ‘garibaldesche’ e coi maneggi massonici ed inglesi doveva realizzarci sulla punta delle baionette e non perche’ i popoli sottomessi avessero davvero in comune una cultura, lingua e tradizioni. E questa diversità era a tutti ben chiara. Anche a Dante.

Molto opportunamente, Giuseppe Pacotto nel suo prezioso “Profilo storico della letteratura in piemontese” ricordava che nel “De Monarchia” Dante sosteneva che “Trento, Torino ed Alessandria sono città situate tanto vicine ai confini d’Italia, che non è possibile abbiano lingue pure, di modo che se avessero anche bellissimo quel loro bruttissimo volgare, negherei per la mescolanza con quello altrui, che fosse veramente italiano (propter aliorum commixtionem esse vere latinum negaremus)”.

Giustamente Pacotto considerava il giudizio dantesco una “involontaria ed altissima conferma dell’autonomia linguistica del Piemonte nei primi secoli della civiltà romanza”. In effetti, i “Sermones subalpini” del XII secolo, primo testo conosciuto in lingua piemontese, hanno una già precisa originalità strutturale e lessicale e, oltre tutto, precede la famosa Carta Cassinese ritenuto il più vecchio testo in volgare italiano.

L’impietoso ma obiettivo giudizio dantesco sull’originalità delle parlate trentine e Piemontesi potrebbe tranquillamente estendersi a tutti i dialetti gallo-romanzi, parlati a Nord della famosa linea da La Spezia a Sinigallia. Tutte parlate lontane dal Toscana-corsivo, dal sardo, dai dialetti appenninici e dalla lingua siciliana. Del resto, quando i bersaglieri invasero Roma, nel nuovo Stato centralista gli italofoni erano appena il 2 per cento della popolazione.

Dai tempi di Dante ogni popolo aveva conservato gelosamente la propria identità.

Photo by Marcus Ganahl 

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