La caduta dei partiti. Cominelli: Hanno smesso di formare intelligenze e coscienze

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di Giovanni Cominelli – Che l’orizzonte sociale e politico-istituzionale nazionale si vada oscurando è ormai un fatto. La pressione dei partiti sulla Legge di Bilancio, le minacce sindacali di uno sciopero generale a difesa degli insider contro le giovani generazioni outsider, le ricorrenti manifestazioni di piazza del sabato contro il Green-Pass, il fallimento parlamentare prevedibile  e fortemente voluto dal PD dell’operazione DDL Zan, l’incombere della data dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica stanno producendo una miscela esplosiva. 
La formazione del governo-Draghi era stato l’effetto di un calcolo inaspettato, a sorpresa, proposto da Matteo Renzi e imposto in prima persona da Sergio Mattarella, in uno slancio di presidenzialismo virtuoso all’italiana. La direzione di marcia, gli obbiettivi, il cronoprogramma sono stati dettati con un limpido blitz al sistema dei partiti frastornati e confusi e alla maggioranza giallo-rossa che veleggiava in una palude senza vento.


L’effetto paradossale della ripresa dell’Italia, ad opera di Draghi, è che, ora,  anche i partiti si sono lentamente ripresi dallo choc e assediano Draghi. Si è determinata una schizofrenica divisione del lavoro: a Draghi e al suo staff “tecnico” di Ministri è stata delegata, quasi unanimemente, dai partiti la difesa del sistema-Paese, cioè del Bene comune; ma intanto gli stessi si sono alzati dalla Curva Nord e dalla Curva Sud a rivendicare a gran voce la sottomissione agli interessi particolari e corporativi dei propri elettorati veri o presunti, facendo a gara a chi li “protegge” di più.

La CGIL di Landini, recise le radici del vecchio sindacato “nazionale”, attento agli interessi generali, è entrata in alleanza populistica con Salvini per difendere gli interessi delle generazioni presenti a spese di quelle che stanno arrivando o che, peggio, non riescono più ad arrivare sul mercato del lavoro. Draghi deve dedicarsi a creare le condizioni per l’accumulazione di denaro pubblico, mentre i partiti si sono autoassegnati il compito di distribuirlo per i vari canali. Donde pulsioni di  assistenzialismo e di debito pubblico, volte a trasformare quello “buono” in quello “cattivo”, in ogni caso addossato sulle generazioni future, sempre meno numerose. 

Da questo punto di vista si dà una continuità profonda tra la Prima repubblica e le immaginarie “Repubbliche” successive, inventate dai mass-media: è quella della politica del debito pubblico, salvo le passeggere eccezioni di Amato, Ciampi, Dini, Prodi tra il 1992 e il 1998. 
Donde un sospetto facile: che esista una relazione causale diretta tra il sistema partitico-istituzionale della rappresentanza parlamentare definita dal sistema elettorale, in tutto o in parte proporzionale, e la configurazione socio-corporativa della “società signorile di massa”.


Il sistema partitico-istituzionale ha generato, mentre riproduceva se stesso, una palude corporativa, della quale ora siamo prigionieri e nella quale ci dibattiamo come il barone di Münchhausen. A partire dai “Trenta gloriosi”, parve ai partiti che lo sviluppo delle forze produttive marciasse in automatico, a tal punto che i Tronti dell’epoca denunciarono il rischio di un’incorporazione del sistema politico e sindacale nel sistema economico capitalistico. Poiché la struttura istituzionale della politica è configurata solo sulla rappresentanza e non sul governo della società, essa si dedicò, dopo la crisi del centro-sinistra, a distribuire denaro e a costituire corporazioni, privilegi, rendite. Le riforme scivolarono frettolosamente alle spalle.  

Questo modus operandi ha abbassato sempre di più e deformato l’orizzonte della politica sugli interessi immediati. Il presentismo, cioè il tenere gli occhi bassi sul presente, che viene spesso denunciato, per ultimo da De Rita, nasce dalla trasformazione dei partiti in pure carte assorbenti degli interessi particolari. Solo i Repubblicani di La Malfa, eredi del Partito d’azione, e i comunisti di Amendola tentarono una resistenza. La crisi morale della politica, denunciata da E. Berlinguer nel luglio del 1981 in toni moralistici, era, sì! reale, ma nasceva dalla incapacità dei partiti, il suo compreso, di porsi dal punto di vista della statualità, dal punto di vista del destino dello Stato-nazione, dal punto di vista della Storia del Paese. Venuto meno lo spirito costituente e ricostruttivo del dopoguerra, la politica è diventata progressivamente corporazione tra le corporazioni.

E con ciò ha cessato di produrre quella classe dirigente, di cui lamentiamo ogni giorno la mancanza. Alla quale hanno contribuito molti fattori, primo fra tutti l’incapacità della filosofia politica laica di riempire i vuoti della secolarizzazione del cristianesimo e del marxismo. Norberto Bobbio e, sulla sua scia, Salvatore Veca, recentemente scomparso, ed altri intellettuali socialisti, miglioristi e riformisti hanno fatto una meritoria battaglia, alla quale è mancata, tuttavia, la sponda politico-partitica. Così la crisi intellettuale e educativa dei partiti ha aperto le cataratte, che dalla secolarizzazione hanno portato al populismo. Così alla teoria e alla filosofia politica è stata sostituita la fede identitaria, aggressiva e ottusa, che si bea di antifascismo e di bandiere al vento.


Viene molto spesso addotta come spiegazione della crisi ideologica della politica l’enorme dilatazione dell’Infosfera, che avrebbe bypassato la mediazione culturale dei partiti. Oggi, è vero, ciascuno può attingere da sé ai fornitissimi scaffali ideologici dei media. Ma su questi scaffali i partiti hanno smesso da tempo di offrire i propri prodotti. Da tempo hanno cessato di muovere battaglia, di andare controcorrente, di formare intelligenze e coscienze. E questo dipende dalla collocazione istituzionale e materiale che si sono dati rispetto alla società civile e allo Stato-nazione: al servizio degli interessi di parte e stop.


E’ certo difficile stare in equilibrio su una corda tesa tra interessi di fazione e Stato di tutti, tra spirito di scissione e spirito di nazione, tra le ragioni del bourgeois e quelle del citoyen, tra le parti e il tutto. Eppure, al fondo della politica sta e deve stare una tensione universalistica, tanto più necessaria quanto più sono potenti le spinte particolaristiche. La posta in gioco è la tenuta della società civile e del Paese intero.

Giovanni Cominelli



Giovanni Cominelli laureato in filosofia con Enzo Paci. Consigliere comunale a Milano nel 1980 per il Pdup, consigliere regionale dal 1981 al 1990 per il Pci. Dal 1985 al 2000 responsabile scuola del Pci-Pds-Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola. Membro del Gruppo di lavoro per la valutazione, istituito nel 2001 dal ministro Moratti, fino al 2004. Dal 2002 al 2004 membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi, poi consulente per la comunicazione fino al 2005. Dal 2003 al 2005 ha organizzato la manifestazione Job&Orienta dedicata all’istruzione. Membro del Cda dell’Indire dal 2005 al 2006, è stato responsabile delle politiche educative della Cdo dal 2005 al 2007 e della Fondazione per la Sussidiarietà fino al luglio 2010. Ricercatore presso il Cisem nel 2010. Collabora a Nuova secondaria. Ha scritto di politiche educative sul Riformista, Tempi, Il Foglio, Avvenire, Il Sole 24 Ore e i libri La caduta del vento leggero (2007) e La scuola è finita… forse (2009)

Per gentile concessione dell’autore tratto da santalessandro.org

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