La battaglia del Piave. Sacrificio per quale patria?

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di Giuseppe Rinaldi – La cosiddetta “prima battaglia del Piave” (13-26 novembre 1017) fu l’inizio della riscossa dell’Esercito Italiano e la dissoluzione, al sole bigio di un freddo inverno, dell’umiliazione dei fatti di Caporetto. Nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla tenuta dei nostri soldati e, invece, già a ridosso del Natale, spazzarono via le ambizioni del nemico di assestarsi in fretta da vincitore sul suolo Italiano.

Di quella reazione armata, il maresciallo Gaetano Giardino, vice capo di Stato Maggiore, scrisse: «…il soldato italiano, non per virtù di provvedimenti di comando o di governo, né per favorevole rivolgimento di situazione militare (che dovette anzi conquistare col suo sangue), ma da sé e da solo, ben inteso sotto i suoi comandanti diretti di unità e di reparti, riprese la coscienza morale e il suo valore…».

Da parte nemica, il Capo di Stato Maggiore della XIV Armata austro-tedesca, Konrad Krafft von Dellmensingen, ammise:

«La sistemazione delle posizioni italiane nella zona orientale del Grappa fu esemplare. E fu ottima anche verso il Brenta, dove, però si sarebbe potuto anche meglio valorizzare lo sbarramento dell’importante direttrice d’attacco monte Roncone – monte Pertica; ma, tutto sommato, all’attaccante fu colà tesa una brutta trappola, nella quale egli penetrò piuttosto spensieratamente.». Cosa era accaduto? Dopo lo sfondamento da parte delle armate dell’impero germanico e austro ungarico del fronte orientale italiano, che costò la penetrazione del nemico nelle nostre linee determinando la “disfatta di Caporetto”, il nostro esercito formò una linea difensiva lungo il Piave al confine fra Trentino e Veneto.

L’assestamento su tale fronte giovò non poco ai soldati italiani, tanto da rispondere colpo su colpo in termini di tattica e strategia ai tentativi avversari di ripetere quanto era accaduto alcune settimane prima. Il diaframma costituito dalle nostre difese non solo resse ma contrattaccò con determinazione cosicché, giorno dopo giorno, gli avversari videro affievolirsi sempre più le speranze di fare dell’Italia una provincia degli imperi centrali. Infatti, se è pur vero che il primo novembre le forze austroungariche attaccarono i nostri in ritirata, è altrettanto vero che da lì a pochi giorni la fanteria nemica fu arrestata da otto battaglioni di Alpini. Seguirono attacchi 14, il 15 e il 16 con gravissime perdite da entrambe le parti e numerosi prigionieri. Nel corso del mese di novembre in zona si portarono pure uomini della “Brigata Gaeta”, nonché i mitici “giovani del ’99”, in totale oltre 250.000 ragazzi reclutati e frettolosamente addestrati, ma determinanti nel felice esito della guerra. Una cartolina militare del tempo ne accentuò l’ardimento attraverso un passo tratto dal Purgatorio di Dante: «Piante novelle. Rinnovellate di novella fronda».

Seguirono rincalzi provenienti da sbandati opportunamente riorganizzati. Ancora scontri si ebbero tra il 20 ed il 26 quando 12 battaglioni italiani riuscirono a respingere l’attacco di ben 15 battaglioni nemici. Che cosa determinò questo rinvigorito impeto bellico del soldato italiano, sino a quel momento spesso ritenuto svogliato e poco partecipativo allo sforzo bellico?

Ma come dargli torto in un’Italia troppo giovane per affrontare un conflitto mondiale, ove le varie “genti” che la componevano non si comprendevano l’una con l’altra, dove un siciliano era ben lontano dal “sentire” come sua una guerra distante dalla sua terra, su monti inospitali e dissimili dall’Etna o i Nebrodi, in un florilegio di dialetti, di modi di dire, di ordini urlati in idiomi sconosciuti? Ma non ostante tutto quegli uomini ad un tratto sollevarono la testa, da Moena a Capo Passero e divennero esercito. Perché?

Gli storici militari attribuiscono questa rinnovata capacità bellica dei nostri soldati ad alcuni fattori, quali ad esempio la linea di difesa lungo il Piave. Questo diede vigore all’idea: “davanti a me il nemico, alle mie spalle l’Italia con le mie cose e i miei cari da difendere”. Quindi, ma non di secondaria importanza, la sburocratizzazione delle linee di comando. Grazie a ciò gli ufficiali di trincea poterono affrancarsi dall’assillo dei comandi centrali e assumere decisioni sul campo; attivarsi con maggiore mobilità e secondo le esigenze “de visu”, senza dover attendere disposizioni da generali nelle retrovie con davanti cartografie militari a media scala. Fu un successo che si ripeterà sul Grappa a dicembre e ancora sul Piave con la “Battaglia del Solstizio (giugno 1918). Poi sarà Vittorio Veneto e la Vittoria. Non c’era la televisione, non esistevano stressanti lezioni di culinaria, e se si ballava sotto le stelle, lo si faceva sotto quelle vere. Quelle che stavano a guardare come genti ineguali, affastellate lungo uno stivale, anche attraverso una guerra lontana, si stavano trasformando in Nazione.

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