IL SOCIALISMO NON E’ MORTO ANZI CRESCE IN ASIA E NEL MONDO

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di Sergio Bianchini – L’internazionale comunista detta terza internazionale nacque 103 anni fa in Russia e diede vita ai partiti comunisti in tutto il mondo. Partiti che ripudiavano il socialismo a loro dire parolaio della casa madre (la seconda internazionale socialista) ma che continuavano ad avere come meta il socialismo, un socialismo con orizzonte…. mondiale. Per vari anni la terza internazionale operò senza una chiarezza strategica combattendo contro i tentativi di annientamento dell’URSS da parte delle potenze europee e del Giappone in asia.

Nonostante moltitudini di ex comunisti dichiarino che il comunismo è morto, salvo vivere di rendita politica col rispetto costruito intorno al vetero comunismo italiano nei due primi decenni del dopoguerra, il comunismo (che non è il sinistrismo simil USA) non è affatto morto.

E non parlo di un desiderio antichissimo e religioso o quasi di giustizia e di eguaglianza, parlo della successione ininterrotta di atti che l’internazionale comunista (la terza) inaugurò e sviluppò dopo la rottura col movimento socialista europeo.

Negli anni trenta del novecento l’internazionale comunista, di cui Togliatti fu un autorevolissimo dirigente, elaborò, anche alla luce delle vittorie nazista e fascista in Europa, una nuova strategia che coniugava il socialismo con la nazione oltre che col mondo intero, rifiutando però il nazionalismo aggressivo ed espansionista allora prevalente.

L’URSS era lo stato guida, ma ogni partito doveva inserirsi profondamente nella realtà storica del proprio paese e la linea d’azione differiva a seconda che si trattasse di un paese europeo indipendente o di un paese coloniale. Nei paesi occidentali si proponeva l’alleanza di tutte le forze antiborghesi compresi i vecchi nemici socialisti per costruire i fronti popolari. I fronti popolari erano schieramenti che già allora rifiutavano il liberalismo. Il quale era visto come ingannatore e fasullo strumento della democrazia”borghese”, considerata come il governo dei ricchi sfruttatori ed espansionisti guerreschi.

Nel terzo mondo la nuova strategia prevedeva alleanze non ideologiche ma con al centro solo la lotta contro la presenza colonialista imperiale principalmente inglese americana e francese in Europa e giapponese in Asia. Gli aggregati prendevano il nome di fronti di liberazione nazionale.

La strategia ebbe enormi successi e si sviluppò progressivamente durante la seconda guerra mondiale con la vittoria sul nazismo e il fascismo prima e con la proclamazione della repubblica popolare cinese ne 1949.

Nel 1975 gli USA, la nuova superpotenza imperiale mondiale subentrata con ruolo guida al Regno unito e alla Francia, dovettero ritirarsi precipitosamente dal Vietnam che a sua volta fondò una repubblica popolare a guida comunista tuttora pienamente operante.

Il mondo governato da partiti comunisti era giunto negli anni 70-80 del novecento ad una ampiezza enorme ma proprio allora subì una profonda e quasi fatale crisi interna. In URSS l’economia si era impantanata e non evolveva. In Cina si cercava, dentro tensioni quasi da guerra civile (la rivoluzione culturale del ‘66-‘76), la via per uno sviluppo rapido e potente.

Gorbaciov non riuscì a trovare una via di continuità e di sviluppo e tutta l’URSS si sfaldò negli anni ’90. In Cina invece la via di una continuità e di un potente sviluppo fu trovata e da 40 anni costituisce un fenomeno stupefacente senza precedenti.

Un fenomeno anche consolante che ha portato fuori dalla povertà assoluta il paese più popoloso del mondo che da solo ha più abitanti di tutta l’Africa.

Lo sviluppo cinese invece che suscitare ammirazione preoccupa la superpotenza imperiale che ha quasi un milione di soldati sparsi in tutto il mondo e li usa per mantenere la propria egemonia opponendosi al diritto fondamentale dei paesi poveri, e cioè il diritto (e il desiderio) allo sviluppo.

L’opposizione anglo americana allo sviluppo altrui è mascherata con l’amore per i diritti civili e cerca di imporre a tutti il proprio modello politico il quale ormai non funziona più nemmeno in occidente.

La nuova modernità che cerca di affermarsi a livello mondiale non può essere la copia degli Stati Uniti ma continuerà a basarsi sull’interazione e lo sviluppo delle nazioni antiche e recenti e la loro capacità di costruire stati sempre più efficienti e sensibili all’opinione pubblica, sia interna che internazionale.

Sopra la dinamica delle nazioni si innalzeranno gradualmente (speriamo) organismi mondiali sempre più autorevoli capaci senza prepotenze di superare l’attuale semi impotenza dell’ONU.

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