Il Sessantotto, il terrorismo… Chiudiamo il capitolo e lasciamolo agli storici

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di Giovanni Cominelli – Non pare che la questione dei post-terroristi italiani latitanti sia al centro dell’attenzione in Francia, a parte un articoletto su Le Monde e l’Appello a favore lanciato da un gruppo di su Libération.

Ai francesi di questi tempi interessa ben altro: il ritorno tragico degli attentati islamisti, ultimo dei quali l’assassinio di un’impiegata del commissariato di polizia a Rambouillet; l’Appello firmato da una ventina di generali in pensione, da un centinaio di alti gradi e da un migliaio di ufficiali in servizio, che denunciano «un certo antirazzismo che divide la comunità» e il radicalismo islamista e che difende le proteste dei gilet gialli; le elezioni regionali e dipartimentali del prossimo 20/27 giugno.

La sicurezza è già al centro della lunga campagna delle elezioni presidenziali del 2022. È il dente che duole di Macron. È questo contesto che spiega l’accordo tra Macron-Dupond/Moretti e Draghi-Cartabia sul via libera al rimpatrio dei latitanti italiani, condannati in Italia per atti di terrorismo o di violenza sanguinosa.

È la fine della Dottrina Mitterrand, molto simile al Lodo Moro, statuito da Moro con il Fplp di George Habbash: i terroristi palestinesi liberi di muoversi sul territorio nazionale, ma senza fare danni.

Sul merito giuridico della vicenda, c’è solo da dire che “la giustizia giusta” deve fare il suo corso e i latitanti devono tornare a casa a fare i conti con quella italiana. Vero è che il verminaio scoperchiato dal caso Palamara e dal caso Davigo non favorisce la massima fiducia nella capacità della magistratura di praticare una giustizia giusta.

Tuttavia, non si tratta qui solo di una partita privata tra vittime e carnefici, che la giustizia è chiamata ad arbitrare. È una partita civile e pubblica, c’entra la storia del Paese.

Infatti: siamo qui ancora a chiederci come sia stato possibile. Perché il Sessantotto è durato dieci anni? Perché ha generato – anche – la pianta velenosa della lotta armata, con centinaia di morti e migliaia feriti?

Per rispondere a queste domande, meglio non infilarsi nelle scorciatoie del perdonismo cieco, del vendettismo maramaldesco, delle parate trionfalistiche, già sgradevolmente esibite in occasione del “ritorno a casa” di Cesare Battisti.

Tuttavia, sotto le domande ne scorre una carsica: ha ancora senso interrogarsi? Non è meglio per le generazioni più coinvolte lasciare “il lavoro sporco” agli storici e guardare avanti, al poco tempo che resta loro, libere da ciò i più giovani potrebbero legittimamente classificare come le ossessioni e i perditempo di una generazione, che sta uscendo rapidamente di scena, Covid adjuvante?
Sì, forse sarebbe meglio. Certamente, c’è un che di densamente autobiografico in tutto questo tormento.

Ma continuo a pensare che sia in gioco anche l’autobiografia della Repubblica. Se i misteri sono stati tutti svelati – affare Moro a parte – le carte ideologiche che giacciono nel doppiofondo della valigia della Repubblica devono essere tutte quante esposte sul tavolo pubblico.

Dunque: perché il nostro scontento è durato dieci inverni? E perché, come la vecchia benzina a un certo punto, molto presto, già nel 1969, il nostro tempo ha avuto l’acre odore del piombo? Die Bleierne Zeit, come filmò Margarethe von Trotta…

In primo luogo, perché, di fronte alle domande di cambiamento delle culture, degli apparati di Stato, della Chiesa e dei partiti, che provenivano da una insorgente nuova soggettività delle nuove generazioni, la classe dirigente dell’epoca, che veniva dal parziale fallimento del centro-sinistra, alternò cariche della polizia e pacche sulla spalla. E Piazza Fontana. E il tentativo di golpe Borghese.

Le carte desecretate in Inghilterra rivelano che quest’ultimo non fu affatto una pièce da operetta.

Per capire, basta uno sguardo comparativo oltralpe. Nel mese di maggio del ‘68, De Gaulle ordinò al Prefetto di Parigi di disoccupare la Sorbona, armi in pugno, carri armati compresi. Il Prefetto rispose di no. Allora De Gaulle fece appello al Paese e portò un milione di persone sui Champs-Élysées contro i sessantottardi.

Ma negli anni successivi la Francia procedette alle riforme e all’integrazione dei nuovi venuti nel sistema di potere culturale, universitario, economico e mass-mediatico del Paese.

In Italia non è avvenuto. Oh, certo, anche da noi i sessantottini, allenati nelle assemblee e nelle piazze, sono corsi, ciascuno per conto proprio, a conquistare i posti in società e nella politica. Sono arrivate riforme civili – si pensi allo Statuto dei lavoratori, al divorzio, al diritto di famiglia – ma l’infrastruttura politico-partitica, istituzionale e amministrativa, no, è rimasta chiusa su se stessa.

Sono arrivate le Regioni. Ma hanno funzionato da moltiplicatore dei centri di spesa e degli apparati politico-partitici. Dal 1976 è incominciata l’irresistibile ascesa del debito pubblico.

L’idea della spallata armata è stata una reazione alla “desperatio reformandi” che respirammo all’epoca.

In secondo luogo, la domanda di cambiamento e di inclusione – si direbbe oggi – e di accesso ai consumi di massa e ai benefici di un nuovo Welfare fu catturata immediatamente da culture e ideologie, che, come l’Angelus Novus descritto nella Tesi Nona di Filosofia della Storia di W. Benjamin, avevano «il viso rivolto al passato».

A parte un’influenza originaria, già nel corso dei primi anni ’60, dell’ideologia americana espressa dal Manifesto di Port Huron – antiautoritarismo, individualismo, consumismo, autodeterminazione, secolarizzazione – e dagli Students for a Democratic Society di Berkeley, in Italia il movimento ribelle subì già nel 1969 una torsione rivoluzionaria ottocento-novecentesca.

Si incominciò con il messianismo del Cristianesimo rivoluzionario e con il marxismo cristiano della teologia della liberazione di Padre Girardi, per perderci quasi subito nel labirinto degli archivi del movimento operaio antico e recente.

Fu qui che i leader delle mille assemblee e manifestazioni incontrarono una straordinaria varietà di marxismi. Provando a contarli, non bastano le dita di due mani: il materialismo storico e dialettico di Marx-Engels; il Giovane Marx; i Consigli di Antonio Gramsci e di Rosa Luxembourg e, poi, di Rossana Rossanda; il marxismo utopico di Georgy Lukacs, di Karl Korsch, di Walter Benjamin, di Ernst Bloch; il freudo-marxismo di Otto Fenichel e di Wilhelm Reich; la Scuola di Francoforte di Max Horkheimer, Theodor Adorno, Herbert Marcuse; lo strutturalismo di Althusser; l’operaismo di Toni Negri, Mario Tronti, Asor Rosa e del primo Cacciari; il marxismo di Mao; il marxismo di Breznev; il crocio-marxismo di Togliatti e il Testamento di Yalta. Insomma, da far girare la testa.

Da quel calderone sono usciti i gruppi della sinistra “rivoluzionaria”, tra cui anche i gruppi del partito armato. Alcuni, le BR, ma non solo, sostenevano che stava tornando il fascismo, sempre sulle ali della borghesia imperialistica multinazionale: il fascismo era, di nuovo, il suo frutto maturo.

Altri, da Autonomia operaia a Prima linea, vedevano spuntare fiori di comunismo ovunque dalla società civile: il comunismo era maturo. Anche per Il Manifesto. Così in nome di un antico modello di comunismo da realizzare o di uno nuovo da far fiorire, si incominciò ad uccidere. A ucciderne più d’uno per educarne più di cento. A uccidere per spianare la strada al cambiamento.

E ora? Le armi hanno finalmente taciuto, anche se non possiamo dimenticare gli ultimi omicidi: D’Antona e Biagi. Ma il pensiero del cambiamento ha continuato ad essere prigioniero dell’antico schema di base: c’è un sistema capitalistico da abbattere – possibilmente senza armi – e un altro sistema alternativo da costruire.

L’idea del riformismo è un’altra: che l’economia di mercato è il modo migliore di impiego e di sviluppo delle forze produttive. E la sfida è quella di governarla in libertà e giustizia, non a beneficio dell’umanità che verrà, ma da subito, a beneficio di ciascuno, qui e ora.

Per gentile concessione dell’autore, da linkiesta.com

Giovanni Cominelli

Giovanni Cominelli laureato in filosofia con Enzo Paci. Consigliere comunale a Milano nel 1980 per il Pdup, consigliere regionale dal 1981 al 1990 per il Pci. Dal 1985 al 2000 responsabile scuola del Pci-Pds-Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola. Membro del Gruppo di lavoro per la valutazione, istituito nel 2001 dal ministro Moratti, fino al 2004. Dal 2002 al 2004 membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi, poi consulente per la comunicazione fino al 2005. Dal 2003 al 2005 ha organizzato la manifestazione Job&Orienta dedicata all’istruzione. Membro del Cda dell’Indire dal 2005 al 2006, è stato responsabile delle politiche educative della Cdo dal 2005 al 2007 e della Fondazione per la Sussidiarietà fino al luglio 2010. Ricercatore presso il Cisem nel 2010. Collabora a Nuova secondaria. Ha scritto di politiche educative sul Riformista, Tempi, Il Foglio, Avvenire, Il Sole 24 Ore e i libri La caduta del vento leggero (2007) e La scuola è finita… forse (2009)

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