Il patriota siciliano Canepa, l’inascoltata Cassandra (anche) del ponte sullo Stretto

14 Maggio 2021
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di Roberto Gremmo – Ogni volta che sento i politici (e fra loro Capitan mohito) rilanciare il progetto del ponte sullo Stretto, quasi per un riflesso condizionato, mi viene subito in mente il patriota siciliano Antonio Canepa. Cancellato dalla storia patria, questo avventuroso Canepa fu protagonista di un fallito colpo di stato antifascista a San Marino (con pochi altri ne ho scritto, nel 1995), poi fu un uomo della Resistenza antitedesca in Toscana finche’ nell’infuocato dopoguerra fu il fondatore dell'”Esercito Volontario per la Indipendenza Siciliana” prima di essere ucciso con altri due guerriglieri in tragiche  e mai del tutto chiarite circostanze dalle forze dell’ordine italiane.

Con lo pseudonimo di “Mario Turri” alla fine del 1942 Canepa scrisse un proclama dal titolo “La Sicilia ai Siciliani” che giustificava la sua lotta indipendentista con un argomento indiscutibile. “La Sicilia e’ un’isola – scriveva – Da ogni parte la circonda il mare. Dio stesso, nel crearla cosi’, volle chiaramente avvertire che essa doveva rimanere staccata, separata dal continente…”.Una logica suggestiva, che, ovviamente, non ha a che spartire coi ponti, tunnel sottomarini, appalti miliardari, ambiente rovinato alla faccia dei progetti governativi sedicenti “ecologisti”.

Tuttavia, non e’ per queste seduzioni identitarie che ricordo il saggio di Canepa e la sua lotta, ben documentata dall’amico Maurizio Castagna nel suo prezioso libro su Salvatore Giuliano (edito da Addistions Magenes).

Nel proclama di Canepa mi ha colpito dolorosamente il passo dove l’autore descrive la realtà ferroviaria del 1942 quando “in tutto il continente sono state elettrificate le ferrovie, ma in Sicilia no! E i treni, in Sicilia, sono ancora quelli del secolo scorso, pieni di cimici e di pidocchi, treni che farebbero ridere, se non ci fosse da piangere”.

Sono passati quasi ottant’anni e la realtà dei trasporti nell’isola e’ tragicamente identica. E adesso invece di porvi seriamente rimedio, rispuntano i faraonici progetti decisi dall’alto, con la complicità di una classe politica locale inadeguata. Che, va da se’, non ha mai ascoltato Canepa: “Tutte le volte che abbiamo dovuto obbedire ai padroni venuti dal continente, siamo stati deboli, poveri e disprezzati”. Magari guardando a Messina il ponte dei sospiri. E degli affari.

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