Il Codice Rocco e le sue vittime. Esce il libro “Condanne a morte in Piemonte” di Julini

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di Roberto Gremmo – Un nuovo e come sempre fuori dal coro libro di Milo Julini documenta per la prima volta le tristi vicende criminali di dieci piemontesi che dopo la promulgazione del famoso Codice Rocco del 1930 vennero condannati alla pena di morte per reati comuni. E’ stato pubblicato da poco dal “Centro Studi e Ricerche Storiche Piemontesi” e, come ben nota Andrea Biscaro nella prefazione, “Condanne a morte in Piemonte” e’ davvero uno studio originale che ha anche il grosso pregio di essere “scritto con penna agile, rivolto ai non addetti ai lavori e arricchito da una serie di note di indubbio interesse storico”.

Quasi tutti i colpevoli erano degli emarginati disgraziati, assassini per magri bottini in un contesto sociale di povertà rurale e marginale ed alcuni di loro alla fine ricevettero la grazia regale. 

Nella triste galleria tratteggiata da Julini scorrono l’omicida valsusino Beraud, l’assassino astigiano Biglia, il duo criminale delle cuneesi Biancotto e Melchio, il valsesiano Folgora, i monferrini Gazzera e Medico rapinatori delle cascine pronti ad uccidere oltre al famoso “casaro” di Balocco, prima condannato a morte, poi assolto quando risultò innocente per finire ammazzato dai partigiani dopo la liberazione. Le loro sono vicende giudiziarie di emarginazione e di miseria, mentre fanno storia a se il femminicidio del torinese Galeazzo o l’omicidio rocambolesco messo in atto dal facoltoso ragionier Longo del delitto di Camandona.

Julini dedica un apposito capitolo alla macabra strage di Villarbasse dove una banda di banditi borsaneristi venuti dal Sud nei giorni caotici del 1945 uccisero dieci persone e poi gettarono i loro cadaveri in una cisterna.

L’episodio colpì molto l’opinione pubblica che chiedeva fortemente ordine e tranquillità dopo i lutti e i dolori della guerra. Molte le domande su cosa portò l’allora Guardasigilli Togliatti ad avallare la condanna. Quella degli assassini di Villarbasse è stata un’esecuzione che, come precisa Julini, precedette di un solo giorno l’ultima ad essere eseguita in Italia, il 5 marzo quando a La Spezia vennero fucilati tre militi della Repubblica del Duce accusati di crimini efferati.

I tre di Villarbasse pagarono duramente anche perché si scontrarono con il diffuso pregiudizio antimeridionale ma soprattutto perché ebbero il “torto”, si fa per dire, di essere semplici delinquenti mentre l’avrebbero fatta probabilmente franca se avessero, come molti altri, giustificato i loro delitti come legittime azioni per la sconfitta finale del fascismo. 

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