Filippo Turati, federalista e nordista

28 Maggio 2023
Lettura 3 min

di Roberto Gremmo – L’idea federalista ha un altro padre nobile nel pioniere del riformismo socialista: il celeberrimo lombardo Filippo Turati.
Lo è stato a pieno titolo dopo aver pubblicato il 16 giugno 1900 sulla sua rivista “La Critica Sociale”, un clamoroso saggio dove propugnava un cambiamento radicale della vita politica italiana sostituendo al regime centralista l’“egemonia temporanea della parte più avanzata del paese sulla più arretrata” cioé del “Settentrione più ricco e più civile”.

La convinzione che il Nord fosse predestinato a guidare il cambiamento sociale anche realizzando un cambiamento strutturale decentrativo dello Stato veniva di lì a poco ribadita in un opuscolo pubblicato sotto l’egida della “Critica Sociale” di Turati con il titolo: “La questione meridionale e il Federalismo” stampato a Milano dalla “Tipografia degli operai”.

Ne era autore un socialista che si presentava come meridionale e si firmava “Rerum Scriptor”, uno pseudonimo usato l’anno precedente da Gaetano Salvemini per il saggio sui “Partiti politici milanesi nel XIX secolo”.


L’occasione per l’uscita del vivace pamphlet era stata la pubblicazione di un saggio di Nitti dal contenuto largamente condiviso dal saggista della ‘Critica’ sintetizzato nella convinzione che “La ricchezza del Nord è prodotta dalla miseria del Sud” . Pur concordando, il polemista socialista criticava “un unitario fanatico” come Nitti che “non sa concepire l’Italia se non con un unico Parlamento, un unico potere centrale, una unica amministrazione interna” e dunque non indicava nessuna via d’uscita da questo stato di subalternità.


Per “Rerum Scriptor” una soluzione c’era: ”Lasciate ai Comuni e alle Federazioni regionali di Comuni la cura della viabilità, delle acque, della giustizia, dell’istruzione, dell’ordine pubblico, delle finanze, di tutto ciò che non è politica estera, politica doganale, politica monetaria, di tutti gli affari insomma che non sono d’interesse davvero generale; lasciate alle regioni e ai Comuni tutti i loro denari; all’infuori di quelli che sono necessari al Governo centrale per compiere le sue funzioni di interesse nazionale; e allora, solo allora le spese si ripartiranno egualmente, perché allora non si ripartiranno più, ma ognuno si  terrà i suoi quattrini e li spenderà sul luogo come meglio crederà”.


Il rimedio ai mali di uno Stato nato dalla violenza e dall’inganno c’era: il Federalismo. Che, citiamo testualmente, “è non solamente l’unico sistema amministrativo, che possa eliminare ogni artificiale squilibrio finanziario ed economico fra le singole regioni italiane, ma è anche l’unico mezzo adatto a fiaccare la reazione alla quale l’Italia meridionale offre oggi la più solida base”; un territorio dove “il Governo unitario conservatore non ha fatto mai, mai, mai, nulla per impedire che nel Mezzogiorno i ricchi pelassero i poveri”.


Colpevole principale del degrado del Sud era la nuova classe dirigente trasformista, composta da “quegli stessi che fino al maggio del 1860 furono cortigiani e servi della monarchia borbonica, e dell’unità acerrimi nemici” poi “convertiti d’un tratto al sabaudismo” ma sempre all’erta per gli affari e le speculazioni, in un blocco affaristico dove “moderati nordici e baroni sudici si accordarono per derubare le plebi meridionali e dividersi la preda”.


Non v’era scampo: “Accentrate la vita amministrativa a Roma e i reazionari conquisteranno immediatamente la maggioranza legale, rendetela autonoma nelle circa trenta regini italiane e in molte regioni la reazione sarà sgominata” e questo perché “non più il partito dominante potrebbe distribuir favori a questi e a quelli corrompendo gli avversari meno coscienziosi con la concessione di impieghi di strade, di bonifiche, di premi ingiusti e immorali; non più i deputati venderebbero il loro voto a politiche militari e internazionali rovinose pel paese in compenso del trasloco di un delegato o dello scioglimento di un Consiglio comunale”.


In un Parlamento unitario la parte “più arretrata” del Sud si troverà sempre accanto alla “più avanzata” del Nord con gli stessi diritti; “i voti dei camorristi meridionali si sommeranno sempre coi voti dei moderati settentrionali” ed il Ministro degli Interni “dovrà sempre fare i conti con quella gente”. Da questo destino malefico ci si sottrae solo con il Federalismo che toglierebbe potere ad una classe politica ‘mercenaria’, libererebbe energie, garantirebbe il buon uso in loco delle risorse e sarebbe, olre tutto “l’unica via per la soluzione della questione meridionale”.


L’opuscolo diffuso col patrocinio della rivista di Turati si concludeva con un invito preciso: “Bisogna che il Partito socialista si affermi federalista nel campo politico, ricordando la frase di Proudhon che “libertà è federalismo, federalismo è libertà”.
Gli unici legittimati oggi a raccogliere la richiesta siamo noi. Ma sapremo essere all’altezza?

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Direttrice: Stefania Piazzo
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