FEDERALISMO, il Manifesto di Ventotene. Una classe politica fra demagogia e nazionalismo non può essere l’erede di questi sognatori

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di Roberto Gremmo – Ad ogni anniversario, tutti i politici italiani che si reputano progressisti, scendono in campo per celebrare il famoso “Manifesto federalista” redatto al confino politico sotto il fascismo da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi col contributo di Eugenio Colorni. Lodano il testo, ne esaltano la lucidità e la preveggenza, ma evidentemente non lo hanno letto o forse non lo hanno proprio capito.

Perché l’Europa federale preconizzata in quella dichiarazione e’ l’esatto contrario della sedicente, traballante e litigiosa “Unione” che sopravvive fra contrasti nazionalisti spesso insanabili, solo perché impone la moneta unica. Benché consapevoli che, salvo in Svizzera, l’Europa non ha mai avuto una tradizione federalista, gli autori del manifesto propugnavano la “definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali” convinti che questa lacerazione fosse “inadatta a vedere gli interessi di tutti gli uomini”. Parole giuste e sante mentre, in netto contrasto, così come si e’ via via venuto formando ed allargando, il carrozzone burocratico a dodici stelle ha allargato sempre di piu i solchi fra i popoli e favorito gli interessi particolaristici. Altro che collaborazione.

Poiché e’ la forza che conta, a Ventotene su insisteva per la creazione di un unico esercito continentale, progetto ovviamente mai avviato, per garantire la sudditanza ed il gregariato alle potenze imperialiste. Venivano criticati sia i sistemi economici collettivistici e totalitari (allora in voga, a colpi di gulag, nella Russia di Stalin) ma al contempo sj sparava ad alzo zero contro i privilegi monopolistici, oggi ben protetti e tutelati da una classe politica asservita e sottomessa.

Insomma, il manifesto di Ventotene propugnava il contrario di quello che rappresenta il sistema che oggi su sciacqua la bocca coi gargarismi federalistici. Imbalsamando il ricordo degli utopisti di un manifesto che possono far proprio soltanto i fautori di una nuova Europa non di Stati centralisti ma di Piccoli Popoli concordi e solidali.

L’Europa davvero democratica e coesa non e’ mai nata, così come è rimasta inascoltata la voce di un altro grande federalista come il veneto Silvio Trentin che in piena sintonia con Spinelli e Rossi, negli stessi anni redigeva un progetto di nuova costituzione, proclamando che “l’Italia e’ una repubblica federale e rivendica in questa sua qualità, la dignità e il titolo di membro fondatore della Repubblica europea”. Una classe politica in bilico fra demagogia e nazionalismo non può essere l’erede di questi sognatori.

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