ESCLUSIVO / Dal dopo guerra al terrorismo, ecco le carte segrete del doppio Stato

4 Settembre 2020
Lettura 3 min

di Roberto Gremmo – Al termine del secondo conflitto mondale, l’Italia fu teatro d’una feroce ma nascosta guerra di spie, di provocatori e di agenti più o meno segreti al servizio di diverse potenze straniere.

Di questa pressoché sconosciuta battaglia delle ombre comincia a far luce il saggio “Le menti del doppio Stato” pubblicato da Chiarelettere e scritto da due specialisti come Mario J. Cereghino e Giovanni Fasanella che hanno alle spalle lunghi anni di ricerche negli archivi ango-americani e di quello che definiscono, a tutto tondo, “il servizio segreto del Partito Comunista Italiano”.

Da queste pagine, talvolta drammatiche altrimenti farsesche, emerge tutto un verminaio di personaggi incredibili; agenti segreti, parecchi doppi (fascisti ed al contempo antifascisti bombaroli), diversi fra loro tripli (governativi italiani ma allo stesso tempo legati agli americani e agli inglesi); qualcuno addirittura al servizio di più bandiere perché oltre a succhiare proventi dall’Occidente agivano telecomandati dal Kremlino.

E così sfilano in tutta la loro tragica comicità personaggi incredibilmente funambolici, pronti ad ogni bisogna pur d destabilizzare l’anello debole dell’Occidente.

Nel libro di Cereghino e Fasanella la schiera dei provocatori a tempo pieno si apre con il vicentino Alberto Sartori, già giovane “mazziniano” e poi medaglia d’argento della Resistenza. Lo scopriamo agente dei servizi segreti britannici ma, dopo essere stato un uomo di Mosca in missione in Venezuela, alla bisogna aveva svolto un grande servizio al Kremlino sfasciando (con l’amico ex repubblichino Gracci) il “Partito Comunista d’Italia marxista-leninista” che in pieno Sessantotto cominciava ad inastidire il PCI ed i kruscioviani guardando a Mao ed alla Cina comunista.

Segue a ruota, l’ineffabile “dottor Ugo”, il genovese Luca Osteria, anch’egli uomo degli inglesi, ma soprattutto spia abilissima dell’OVRA, in grado da solo di scompaginare le fila della cospirazioe comunista in Italia, ma poi finito al servizio dei nazisti pur aiutando uomini di peso della Resistenza non comunista. Infine transitando nel Dopoguerra senza alcun danno riciclandosi come capo d’un servizio di spionaggio personale dell’azionista Parri.

E sguazza nelle acque torbide dell’esoterismo per conto terzi il siciliano Cambareri detto “Cagliostro” che conosciamo bene per averne scritto la burrascosa biografia in un capitolo di “Fascismo e magia” dell’anno scorso.

Nella Resistenza romana, campione dell’infiltrazione, il poliedrico e pericoloso personaggio ben coaduivato da cialroni di par grado come Salvarezza ed Alberto Pistolini ‘il mago dei generali’ riuscì a strumentalizzare soprattuto i generosi antifascisti di “Bandiera Rossa” e proprio a me l’ultimo dei suoi comandanti, Orfe Mucci ricordava benissimo quando Cambareri, spacciandosi per diplomatico brasiliano, spingeva questi comunisti intransigenti ad un suicidio annunciato incitandoli ad insorgere nella Capitale contro gli Alleati mentre entravano in città dopo lo sgombero dei tedeschi. Ordine prontamente ed ingenuamente eseguito, portando nelle galere a stelle e strisce Mucci, Poce e i loro militanti, convinti d’avere chissà quali forti appoggi internazionali per il ‘momento buono’ rivoluzionario.

Va da sé che in tema d’individui senza scrupoli, avidi di prebende, fegatacci disponibili ad ogni servizio, il libro tratteggia le convulsioni, le diatribe ‘fraterne’ e le basse manovalanze della Massoneria, frastagliata nella presunzione dei suoi ‘potentissimi’ ma disciplinata nell’ossequio ai suoi padroni, di volta in volta o al contempo americani o inglesi.

E nel saggio non manca la pubblicazione di parecchi documenti in gran parte inediti, sulle manove spericolate di un Pietro Nenni preoccupato per la messa in circolo delle carte dell’OVRA sugli anni del suo periglioso esilio francese; materiale forse scottante che però il leale Togliatti archiviava arruolando a scatola chiusa fra ”i buoi combsattenti per la causa del popolo” l’ex fondatore del “Fascio di Combattimento” di Bologna, ex repubblicano, il fuoruscito litigioso e poi alleato subalterno al “Migliore” e “Premio Stalin per la pace”.

Abili nel dissodare il terreno sempre fertile della guerra sotteranea per destabilizzare il nostro Paese e spregudicati nell’utilizzo una manovalanza eterogenea per ogni tipo di “operazioni sporche”. gli agenti inglesi, anche quelli al più livello, non mancavano di compiere dei passi falsi e prendere lucciole per lanterne.

Uno di loro, ad esempio, prese per oro colato le chiacchiere in libertà del colonnello Galliano Bruschelli, comandante della GNR di Verona e fedelissimo dei nazisti che nel 1944 gabellò per aderenti ad una chimerica “Carboneria” fascista ma giustizialista e patriottica i 200 diciassettenni dei “Tupin” che seguirono a Salò il federale Vezzalini.

Mostrava di non aver capito con chi aveva a che fare il capo dello “Special Operations Mediterranean” Kim Philbi che nella primavera del 1945 considerava Vincenzo Moscatelli una testa calda rivoluzionaria. Proprio il futuro sottosegetario valsesiano che doveva rivelarsi il più abile nel fermare persino le proteste popolari dopo l’attentato a Togliatti a Torino, Dove fallirono miseramente.

Nei rapporti di Philby, curiosamente, Moscatelli veniva indicato con lo pseudonimo di “Saetta” che, io biellese, leggo ora per la prima volta attribuito al famoso “Cino”.

Un altro uomo dello spionaggio britannico, anch’egli di bocca buona, si bevve tutto d’un fiato le confidenze del noto esponente azionista Alberto Cianca che gli raccontò della scoperta di ben sessanta chili di tritolo in un armadio del blindatissimo palazzo del Viminale pronti ad esplodere il 20 ottobre del 1944 mentre si svolgeva la riunione del governo. Facendo una strage.

L’agente britannico indagò tentando di scoprire i responsabili e, scartati i neofascisti allo sbando, i monarchici in disarmo e l’estrema sinistra anticiellenista ritenne che gli attentatori andassero scovati fra quei Carabinieri che non accettavano l’esarchia partitocratica.

Peccato che l’agente britannico si fosse dimenticato che l’unico ad aver avuto anni prima dimestichezza con il tritolo fosse stato proprio i massone Alberto Cianca, arrestato in Francia nel 1929 e processanto per possesso di esplosivo che doveva servire ad un attentato dell’anarchico Berneri.

Adesso Cianca era ministro, senza portafoglio.

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