Emissioni zero per il cibo? Il Nord intanto spreca meno del Sud

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di Marcus Dardi – Nei giorni scorsi è stata celebrata la Giornata Nazionale per la prevenzione dello spreco alimentare. In un mondo in cui uno su nove ossia 800 milioni di persone soffrono la fame, questa giornata assume un significato enorme.

I responsabili della Sanità avrebbero dovuto occuparsene da anni, molto più seriamente che far statistiche e giocare coi pennarelli, come si fa all’asilo.

Otto anni fa, nel 2013, il professor Segre inaugurò la prima giornata dedicata ad un uso del cibo più rispettoso.

Il 30% della produzione alimentare non arriva sulle tavole, viene sprecato. Lo spreco del cibo è strettamente legato al concetto di economia circolare che prevede una riduzione dei rifiuti, un consumo responsabile ed uno sviluppo sostenibile. Tutti temi che rientrano negli obiettivi dell’Agenda ONU 2030 che detta le linee guida per uno sviluppo sostenibile planetario.

Ad occuparsi degli sprechi alimentari è stata istituita una vera e propria commissione la “Waste Watcher International”.

Questa commissione propone di inserire, nel Recovery Found anche un Recovery Food, per contenere sprechi e per educare i cittadini del mondo ad una corretta educazione alimentare e ambientale, partendo dalle scuole.

Il primo passo da compiere è, senz’altro, agire correttamente sulla filiera alimentare. E’ da lì che si generano la maggior parte degli sprechi e la conseguente speculazione sui prezzi. Lo spreco della filiera alimentare costa agli italiani 10 miliardi all’anno.

Le famiglie del Nord Italia sono meno sprecone di quelle del sud e la media nazionale tocca i 30 chili di sprechi di cibo all’anno per persona.

Qualcuno diceva che “con i piccoli gesti si cambia il mondo” e i nostri nonni, che avevano sofferto la fame, ci dicevano sempre che “il cibo non si butta”.

Mi raccomando, non dimentichiamolo!

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