Draghi da solo non cambia niente se non cambiano gli italiani

Lettura 9 min

di Giovanni Cominelli – Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è stato largamente scandagliato, radiografato, commentato. Le condizionalità europee ci stanno addosso. Esiste, tuttavia, una interna assai più cogente, anche se meno occhiuta: è quella degli Italiani. Di certo, gli Italiani vogliono la botte piena di euro, ma la moglie ubriaca di riforme?

Il discorso di Draghi in Parlamento ha alle spalle questa consapevolezza: che per cambiare l’Italia devono cambiare gli italiani. Da Cavour in avanti ci insegue e si ripropone continuamente un compito storico immane: «Fatta l’Italia, occorre fare gli Italiani». Dopo l’Unità, si è ripresentato altre due volte: dopo la Prima guerra mondiale e dopo l’8 settembre 1943.

Questa dell’anno 2021 è la quarta volta. D’altronde, gli effetti del Covid assomigliano a quelli di una guerra perduta. Come la bomba al neutrone, ha lasciato in piedi le case, ma ha modificato chi ci abita dentro: la demografia con i suoi 120 mila morti, ma soprattutto il paesaggio sociale e psicologico degli Italiani.

In realtà, il sobrio accenno alla «corruzione, stupidità e interessi costituiti», insoliti in una comunicazione ufficiale di un Capo di Governo, così come il discorso di commemorazione della Resistenza – non tutti noi Italiani siamo stati brava gente – confermano che dietro le cifre esposte freddamente da Draghi pulsa una preoccupazione etica, non sostenuta da certezze irreversibili.

Gli Italiani hanno voglia di cambiare passo, di risalire il clinamen, di cambiare se stessi? Che cosa dobbiamo fare per migliorare l’antropologia del Paese? È migliorabile? Perché, questo è certo, non bastano né i miliardi né le riforme, se gli Italiani non cambiano. Questa domanda sotterranea è l’anima inquieta del Pnrr.

Come si fa a cambiare?
Riproponendo un antico dilemma, occorre cambiare il sistema perché le persone cambino od occorre cambiare le persone perché il sistema cambi? Oscillando marxisticamente a lungo davanti a questo bivio si arriva alla conclusione che aveva già tratto un giovane prete nel ’68, don Luigi Giussani: «Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo».

Come a dire: se il cuore non cambia, neppure la storia cambia corso. È grosso modo quanto scriveva Alcide De Gasperi nel 1943, citato nel discorso di Mario Draghi: «L’opera di rinnovamento fallirà, se in tutte le categorie, in tutti i centri non sorgeranno degli uomini disinteressati pronti a faticare e a sacrificarsi per il bene comune». La Resistenza confermò che esisteva una splendida minoranza di quegli uomini, che avrebbero mostrato, come scriveva sempre il leader trentino, «le virtù del carattere».

Ne occorrerà parecchio nel 2021 per raggiungere gli obiettivi del Pnrr, per affrontare «alcune debolezze che affliggono la nostra economia e la nostra società da decenni: i perduranti divari territoriali, le disparità di genere, la debole crescita della produttività e il basso investimento in capitale umano e fisico».

Già! Chi forma il carattere degli Italiani? Non si può fare appello all’esterno. L’Italia è causa sui e, come scriveva Paul Cèlan, «nessuno ci forma di nuovo, traendoci fuori da terra e fango, nessuno parla alla nostra polvere». Il Paese si trova in mezzo alla palude come il Barone di Münchhausen, obbligato a tentare di sollevarsi, afferrandosi per i capelli.

A quali capelli ci afferriamo? Certo, non è lo Stato che può costruire l’Italiano nuovo, tocca a ciascuna persona. È questa l’etica cristiano-liberale della responsabilità personale.

Tuttavia esistono dei laboratori collettivi, dove gli individui diventano persone responsabili. Sono i laboratori dell’educazione. Nel concetto di educazione è contenuto un aprioristico ottimismo sulla natura umana: che dentro ogni individuo c’è qualcosa di buono, che un’attenta maieutica può appunto e-ducere, tirando fuori il meglio. E questi laboratori “educativi” sono le istituzioni sociali e politiche.

Sociali: la famiglia, la scuola, i mass-media, l’associazionismo sociale, culturale, politico, i partiti. Politiche: lo Stato-amministrazione e lo Stato politico, la Legge. Essi possono fornire agli individui, tentati di perdersi lungo i sentieri di un individualismo di massa, egotico e corporativo, gli strumenti e le occasioni per la costruzione del Sé responsabile.

Il sistema di istruzione ed educazione è uno di questi laboratori. La Missione 4 del Pnrr “Istruzione e Ricerca” vuole incidere sui fattori indispensabili per un’economia basata sulla conoscenza… determinanti anche per l’inclusione e l’equità. Si tratta di «rafforzare il sistema educativo lungo tutto il percorso di istruzione, di sostenere la ricerca e di favorire la sua integrazione con il sistema produttivo». Prevede una dotazione di 32 miliardi di euro, volta a far crescere la dotazione di conoscenza individuale e, perciò, collettiva.

Le cifre dell’ignoranza degli Italiani sono allarmanti, dai NEET all’analfabetismo funzionale: sono la base di ciò che Draghi ha definito “la stupidità”.

Se lo spirito pubblico è istupidito, ciò si deve a redazioni di giornali piene di gente semi-analfabeta, che parla del e al Paese senza conoscerne la storia, ai canali televisivi che tendono a eccitare le emozioni, essendo incapaci di proporre conoscenze, ai social pieni di insulti, di odio. Ma la causa principale si deve alla crisi profonda del sistema di istruzione, ad curricula e a ordinamenti obsoleti, all’impreparazione professionale degli insegnanti, a una governance burocratica del sistema. Approfittando di questa crisi, l’ignoranza è montata in cattedra con la sicumera della scienza. È un fenomeno di massa, che il Covid ha rivelato ulteriormente e scoperchiato.

Che cosa c’entra con la formazione del carattere degli Italiani? Con l’acquisizione delle quattro virtù cardinali della prudenza, della giustizia, della fortezza, della temperanza, che sono l’essenza dell’etica pubblica? Centra, perché senza l’intelligenza del mondo, senza vedere la realtà effettuale, i comportamenti si riducono a reazioni allucinatorie. Costruire la conoscenza del mondo, introdurre alla realtà totale, sviluppare la capacità di vaglio critico è la missione educativa fondamentale della scuola. 

Per gentile concessione dell’autore, da linkiesta.it

Giovanni Cominelli

Giovanni Cominelli laureato in filosofia con Enzo Paci. Consigliere comunale a Milano nel 1980 per il Pdup, consigliere regionale dal 1981 al 1990 per il Pci. Dal 1985 al 2000 responsabile scuola del Pci-Pds-Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola. Membro del Gruppo di lavoro per la valutazione, istituito nel 2001 dal ministro Moratti, fino al 2004. Dal 2002 al 2004 membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi, poi consulente per la comunicazione fino al 2005. Dal 2003 al 2005 ha organizzato la manifestazione Job&Orienta dedicata all’istruzione. Membro del Cda dell’Indire dal 2005 al 2006, è stato responsabile delle politiche educative della Cdo dal 2005 al 2007 e della Fondazione per la Sussidiarietà fino al luglio 2010. Ricercatore presso il Cisem nel 2010. Collabora a Nuova secondaria. Ha scritto di politiche educative sul Riformista, Tempi, Il Foglio, Avvenire, Il Sole 24 Ore e i libri La caduta del vento leggero (2007) e La scuola è finita… forse (2009)

Servizio Precedente

Usa, i vaccinati possono tornare alla normale. Stop a distanziamento e mascherina

Prossimo Servizio

Israele bombarda 150 obiettivi di Hamas. Era la rete di tunnel sotterranei

Ultime notizie su Cultura