D’Annunzio, il poeta delle stelle che spianò la strada alla comunicazione dell’uomo solo al potere

8 Settembre 2020
Lettura 2 min

di Roberto Gremmo – Sventolando una bandiera con le stelle, l’artista gridava dal palco tutto il suo disprezzo per il Parlamento; affibbiava epiteti insultanti agli avversari, incitava a battersi contro gli abusi dell’Europa.

Davanti a lui i seguaci vocianti erano una varia umanità dalle idee strambe e confuse che inalberavano anch’essi un vesillo stellato.

In un’Italia confusa e divisa, la vicenda di questo pittoresco personaggio del mondo culturale prestato alla politica fece rumore e spaventò tutti.

Ma durò poco. Ovviamente (non l’avevate capito?) stiamo parlando di Gabriele D’Annunzio e dello “Stato libero di Fiume”.

Artista della penna, poeta e scrittore di successo, nel 1920 il ”Vate” mise in crisi l’Italia liberale con la beffarda e dirompente occupazione di Fiume, trasformata in Stato libero sotto la bandiera inventata dallo stesso D’Annunzio: le stelle dell’Orsa Maggiore circondate dal serpente che si morde la coda nel drappo nero.

La sua avventura politica con la metamorfosi da scrittore a uomo d’azione era però iniziata nel 1915 a Quarto di Genova, proprio sotto l’ubertosa collina di Sant’Ilario quando, con toni lirici, aveva dato voce al peggior istrionismo guerrafondaio, in quel caso patriottardo e militarista.

Tornato alla ribalta nella profonda crisi sociale e politica del Dopoguerra, D’Annunzio rappresentò soprattutto quella che si potrebbe definire impropriamente oggi “antipolitica”; basata soprattutto su un’avversione totale al sistema rappresentativo al punto che uno dei suoi seguaci più determinati, l’estroso russo-polacco Guido Keller non esitò a pilotare un aereo su Montecitorio per gettare sul parlamento un pitale di sterco.

Il nutrimento principale dell’impresa fiumana furono soprattutto l’esaltazione del bel gesto, il culto della parola, la proposizione d’una ideologia iconoclasta a forti tinte anarchiche ed un velleitario cosmopolitismo.

Tutto marciava grazie all’eloquio immaginifico del “Comandante” e dunque per D’Annunzio il presidente Nitti diventava “Cagoja” e veniva bollato come “basso crapulone” e Giolitti altro non era che un “boia labbrone”.

Non v’è da stupirsi se i suoi seguaci si esaltavano sentendosi una sorta di spiriti eletti, d’apostoli d’una nuova religione civile, portatori d’una missione salvifica.

Come scrisse Nino Valeri, la tecnica dannunziata di comunicazione si basava “nella capacità d’imbonire l’interlocutore (o gli interlocutori o le folle) mediante il richiamo a qualche cosa di superiore e di ineffabile (superiore in quanto ineffabile, e ineffabile in quanto superiore), destinato a unire magicamente l’oratore e gli ascoltatori in una categoria di eletti”.

Quasi una setta; anche se dietro l’eloquio torrentizio dell’artistico poeta non c’era niente.

O, forse, il torbido, perché se coi suoi seguaci proclamò sempre a gran voce la sua fiera avversione alla “finanza internazionale” che stava strozzando l’Italia, il condottiero godeva dell’appoggio occulto e concreto della ‘mano sinistra’ della Massoneria, disgregatrice del sistema democratico basato sui partiti e propugnatrice del potere degli iniziati.

Che le macerie propugnate dal poeta avrebbero favorito.

Dalla città dalmata partì addirittura l’appello alla costituzione d’una effimera “Lega dei Popoli oppressi”, naturalmente abortita.

Incapaci di elaborare una seria politica economica, i fiumani risolsero i pressanti problemi di soppravvivenza reperendo le risorse con le compagnie degli “Ustocchi”, veri e propri pirati che assaltavano le navi, le derubavano e fornivano il cibo alla comunità dove imperversavano i personaggi più estrosi e pittoreschi, immersi in un mondo fantastico, tra danze gioiose, cocaina e guerre per finta.

Ne ha scritto con cognizione di causa Claudia Salaris nel prezioso volume “Alla festa della rivoluzione” (Il Mulino, pag. 248) mettendo in luce anche il ‘fil rouge’ d’un ideolologia di ‘contropotere’ che da quella singolare comune utopistica giunse alla teorizzazione del potere dello spettacolo nel Sessantotto.

Ovviamente, l’intervento risoluto di Giolitti spazzò via d’un soffio il capo-popolo estroso che credeva di mutare il mondo credendosi un Robin Hood per il suo carismatico linguaggio.

Invece, conquistò il potere Mussolini che pur appoggiando D’Annunzio, era rimasto prudentemente a Milano.

Già anarchico in gioventù ma poi dirigente politico socialista di peso e giornalista, il futurio Duce aveva capito che per vincere non servivano le chiacchiere, la mobilitazione passiva di folle vocianti e gli spettacoli, ma i pugnali, le pistole e i manganelli.

Però il poeta delle stelle gli aveva spianato la strada.

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