Chi ha riportato indietro le lancette dell’autonomia?

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di Giovanni Polli – Se la corda torna a tendersi tra Roma e le Regioni, questo è il momento giusto per ricominciare a organizzarsi. Ci volevano proprio una tragica pandemia e i micidiali balbettamenti politici che ne sono seguiti, con le impuntature tra il governo centrale e quelli regionali, per risvegliarci dal torpore del neocentralismo imposto – insieme ad altre poco simpatiche controriforme – in seguito alla presa del potere da parte di Mario Monti, avvenuta con il golpe bianco del 2011.

Si è trattato però di un neocentralismo più “culturale” che effettivo. Se è vero che si sono bloccate le riforme in corso, è altrettanto corretto osservare che la controriforma del Titolo V contenuta nelle “deforme costituzionali” dell’accoppiata Renzi-Boschi, che avrebbe riportato indietro di molto le lancette della nostra autonomia, è stata affondata insieme a tutto il resto con il clamoroso responso del referendum confermativo del 2016. Quello che ha mandato a gambe all’aria il piano di Renzi insieme con il suo artefice.

Tuttavia, i media, i maître à penser ufficiali, il regime tutto dell’intellighenzia di complemento hanno avuto buon gioco per far passare il concetto di “ricentralizzare il controllo”. E oggi la campagna in corso contro le Regioni è feroce. Ricordiamo invece che tutta la classe politica aveva, fino al 2011, fatto pubblica professione di federalismo (naturalmente a parole). Dall’arrivo di Monti in poi, invece, misteriosamente non si è più trovato un federalista in circolazione nemmeno a cercarlo con il classico lanternino.

Inutile ricordare che neanche nel movimento politico nato per l’affrancamento dei territori dal potere di Roma, ovvero la Lega Nord per l’indipendenza della Padania, si è in breve tempo più riscontrata la presenza di federalisti. Da un primo ritorno alla fase di “autonomismo”, fino allo sprofondamento nel più bieco ultranazionalismo tricolorito italiano, c’è stato solo il tempo di un momento. Un lampo, con zero analisi e tutte quante le scelte e i contrordini delegati alla fede nel presunto carisma del leader.

Ci troviamo quindi di fronte, da una parte, alla crisi dell’Europa, uno strumento sempre più con evidenza al servizio degli interessi meramente finanziari e speculativi, e dall’altra ad un vecchio Stato nazione ottocentesco ormai paralizzato nell’impossibilità di funzionamento della sua stessa struttura.

Tentare di combattere la piovra eurocratica appellandosi alla sovranità degli Stati, tuttavia, è un controsenso di cui non si avverte mai il peso in tutta la dialettica avviata intorno al “sovranismo” come lo si intende comunemente. La Ue è stata costruita proprio dagli stessi Stati, in nome e per conto delle stesse lobby internazionali che a loro tempo li inventarono. Un organismo artificiale più grande messo in piedi da tanti organismi altrettanto artificiali più piccoli. Ma della stessa specie.

Il vero dibattito rivoluzionario deve quindi nascere da una sintesi virtuosa: dal “sovranismo dei territori”. La sovranità ritorni non agli Stati, i “cuochi” della cucina Ue con le loro portate avvelenate, bensì alle comunità territoriali. Potere ai popoli veri, e non a quelli finti sulla carta, come l’Italia, fatti coincidere a forza con l’identità fittizia di confini che non hanno mai rispettato né le culture, né le lingue, né le consuetudini, né i diritti delle nazioni storiche d’Europa.

La nuova Europa sia quindi proprio l’Europa delle Cento Bandiere sognata nel 1968 dal grande patriota bretone Yann Fouéré. Non l’Europa dei mercanti, non un nuovo mostro statale soltanto più grande degli altri Stati, ma una libera comunità di genti rispettose delle reciproche differenze: l’Europa dei popoli.

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