Censura social su Trump, la contrarietà di Merkel e Macron

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Pur con vari distinguo sulla retorica di Donald Trump, sono sempre di piu’ i leader, dal presidente messicano Obrador al premier ad interim australiano Michael McCormack, che hanno alzato la voce contro la decisione di Twitter di bloccare per sempre il presidente degli Stati Uniti. Il ruolo delle grandi piattaforme digitali nel dettare i limiti dibattito pubblico e’ ormai un problema che i governi mondiali non possono piu’ ignorare, anche alla luce dell’oscuramento di Parler, il social network diventato riferimento dei ‘trumpisti’ e diventato inaccessibile dopo la decisione di Amazon di escluderlo dai suoi server e di Google e Apple di bandirlo dai rispettivi App Store.

La presa di posizione che ha avuto più eco è quella della cancelliera tedesca, Angela Merkel, che aveva speso parole durissime per Trump dopo l’assalto dei suoi simpatizzanti a Capitol Hill e ha definito “problematica” l’iniziativa di Twitter e altri reti sociali contro il presidente degli Stati Uniti. “E’ possibile interferire con la libertà di espressione, ma secondo i limiti definiti dal legislatore, e non per decisione di un management aziendale”, ha spiegato in conferenza stampa Steffen Seibert, portavoce di Merkel, “questo è il motivo per cui il cancelliere ritiene problematico che gli account del presidente americano sui social network siano stati chiusi in maniera definitiva”.

 Di paletti ai messaggi di odio si può parlare, quindi, ma purché siano le autorità pubbliche a stabilirne i criteri. “Quello che mi sciocca è che sia Twitter a chiudere l’account di Trump”, afferma il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, “la regolazione dei giganti del web non può essere svolta dalla stessa oligarchia digitale”.

E’ proprio dalla Francia che arriva il maggior numero di reazioni. Ciò non deve stupire, considerando quanto fossero state fraintese le dichiarazioni del presidente Emmanuel Macron sulla lotta all’Islam politico. Se a stabilire cosa si possa dire e cosa no sono delle società private in una posizione di monopolio di fatto, ogni leader può sentirsi potenzialmente suscettibile a restrizioni.

Per il segretario di Stato per gli Affari Digitali transalpino Cedric O, vicino a Macron, quanto accaduto a Trump “pone questioni fondamentali”. Che la “regolamentazione del dibattito pubblico” sia affidata a social network che “si sono trasformati in spazi pubblici reali dove si ritrovano miliardi di cittadini”, ha aggiunto il sottosegretario, “sembra quantomeno limitato da un punto di vista democratico”. “Al di là dell’odio in rete, abbiamo bisogno di inventare una nuova forma di supervisione democratica”, ha concluso Cedric O. La condanna è bipartisan.

Per Jean-Luc Melenchon, capo della sinistra radicale di La France Insoumise, “il comportamento di Trump non puo’ servire da pretesto perché le grandi compagnie digitali si arroghino il potere di controllare il dibattito pubblico”. La leader dell’ultradestra del Rassemblement National, Marine Le Pen, parla invece di un “atto di forza” dei “grandi gruppi privati che credono di avere più potere di uno Stato, probabilmente a ragione”. 

 Proprio Macron era stato tra i primi, con il progetto dell’infrastruttura cloud comunitaria Gaia, a comprendere come gli europei non possano più permettersi di appoggiarsi totalmente alla Silicon Valley. Una consapevolezza che ora pare maturata anche a Berlino. Manfred Weber, capogruppo del Ppe ed esponente della Cdu di Angela Merkel, ha affermato oggi in un’intervista a Politico che “non possiamo lasciare che siano le società americane della Big Tech a decidere come discutere e non discutere, cosa si possa e cosa non si possa dire in un discorso democratico. Abbiamo bisogno di un approccio normativo più rigoroso”.

Il commissario europeo per il Mercato interno, Thierry Breton, ha espresso da parte sua “perplessità” per un blocco avvenuto “senza controllo legittimo e democratico” e ha rilanciato i progetti europei per regolamentare i giganti del web. “Il fatto che un Ceo possa staccare la spina dell’altoparlante del presidente degli Stati Uniti senza alcun controllo e bilanciamento è sconcertante”, ha scritto Breton in un editoriale su Le Figaro, “non è solo una conferma del potere di queste piattaforme, ma mostra anche profonde debolezze nel modo in cui la nostra società è organizzata nello spazio digitale”.

In attesa di una risposta europea, che non avrà tempi rapidi (ma il recente caso della condivisione di dati tra Facebook e WhatsApp ha mostrato quanto lo scudo del GDPR sia stato un positivo primo passo), c’è chi può permettersi di andare più per le spicce in virtù di meccanismi decisionali meno democratici. E’ il caso della Turchia di Erdogan. Proprio in seguito ai nuovi termini di servizio, l’antitrust di Ankara ha aperto un’indagine a carico di WhatsApp e Facebook sull’utilizzo dei dati sensibili per pratiche commerciali e ne ha bloccato forzosamente la condivisione tra le due piattaforme, che appartengono allo stesso gruppo.

Il governo turco ha nel frattempo lanciato un appello ai propri cittadini affinché abbandonino WhatsApp a favore del servizio di messaggistica locale Bip sviluppato da Turkcell, compagnia controllata dal Fondo Sovrano di Ankara. Con Erdogan non si scherza: lo sa bene YouTube, che negli ultimi tempi è stata bloccata più volte in Turchia. Uno degli stop, durato settimane, seguì il rifiuto di rimuovere un video considerato insultante nei confronti del padre della patria Mustafa Kemal Ataturk.

Photo by Max Letek 

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