Cattaneo e Porta, quando la patria era la Lombardia e il federalismo l’antidoto alla conquista sabauda

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di Pierluigi Crola – Un anno da ricordare non solo per i lombardi: il 1801.

Quest’anno cadono due ricorrenze fondamentali per i lombardi: il 15 giugno nasceva Carlo Cattaneo e il 5 gennaio moriva Carlo Porta.

Due facce della stessa medaglia: una politica, l’altra più letteraria, hanno portato avanti idee purtroppo tradite dai posteri, per codardia, incapacità o interesse.

Entrambe aspiravano a una Lombardia libera da padroni, anche se il Porta era più scettico e rassegnato e, nel suo sonetto Marcanagg i politegh seccaball (Maledetti i politici seccaballe), affermava: Già on bast infin di facc boeugna portall (Già, alla fine della fiera un basto bisogna portarlo, cioè un padrone dobbiamo averlo ).

Cattaneo si rassegnò alla fine, quando a un seggio in Parlamento preferì finire i suoi anni nella vicina e più entusiasmante Svizzera, nella quale aveva visto realizzarsi il suo sogno confederativo.

Per i due Carlo (Cattaneo e Porta) la Patria era la Lombardia: e il nostro amato poeta, in un brindisi per l’entrata in Milano di Maria Luisa d’Austria e Francesco I così poetava: Che Toccaj, che Alicant, che Sciampagn, /che pacciugh, che mes’ciozz forester!/ Vin nostran, vin di noster campagn, / ma legittem, ma s’cett, ma sinzer,/per el stomegh d’on bon Milanes /ghe va robba del noster paes. (Ma quale Tocai, quale Alicante, quale Champagne – vini che rappresentano rispettivamente Austria, Spagna e Francia, ndr –, / quali intrugli, quali misture forestiere! / Vino nostrano, vino delle nostre campagne, / ma legittimo, ma schietto, ma sincero, / per lo stomaco di un buon Milanese / ci vuole roba del nostro paese.)

Le 5 giornate erano state l’occasione per raggiungere gli obiettivi auspicati da entrambe: se non un vero e proprio stato, una ampia autonomia, una confederazione o almeno una forma vera di federalismo.

Purtroppo invece abbiamo visto le loro idee cadere nel nulla, sostituite da una serie di menzogne: falsi plebisciti, con votanti effettivi (in piazza a urne praticamente aperte) che superavano il numero degli aventi diritto al voto, due guerre mondiali volute da una ristretta élite e subite dal popolo, ricordate come gesti eroici, di cui ci si dovrebbe invece vergognare.

Nel mezzo una unità fittizia, mascherata da liberazione, ma che in realtà era una guerra di conquista sabauda, come ricordano, ad esempio, i tristi episodi di Bronte. Mascalzoni camuffati da eroi, come nel sacco di Genova del 1849 o nell’eccidio di Milano del 1898, ad opera rispettivamente di due celebrati delinquenti che hanno barbaramente infierito sulla folla inerme: il generale Lamarmora, cui sono dedicate vie in parecchie città, purtroppo anche nella mia Milano, e il generale Bava Beccaris, cui Umberto I diede come premio per il suo vergognoso eccidio, un seggio da senatore.

Il risultato di tutto questo? Un centralismo opprimente ed inefficiente, dove i furbi comandano e gli onesti lavorano e pagano.

Il saggio detto latino Historia magistra vitae sembra una sonora presa in giro. Dove sono andate a finire le saggie idee del Cattaneo e le giuste aspirazioni del Porta? Speriamo che due secoli di storia abbiano portato consiglio e almeno per una volta, come accade in tanti film, a prevalere siano i buoni.

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