Caro Reguzzoni, nella scuola troppo meridionalismo nelle scelte di fondo…

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di Sergio Bianchini – Voglio commentare il bell’articolo dell’amico Reguzzoni non per amore della controversia ma per approfondire il tema del disgraziato stato Italiano.

La totale inefficienza (salvo polizia e carabinieri) del nostro stato non è dovuta al fatto che sia troppo esteso e troppo invadente bensì, a mio parere, dal fatto che non sia innervato su tutto il paese ma solo su una parte, il centro sud.

Ciò lo costringe ad avere col nord, area trainante del paese intero sul piano economico, un rapporto di dipendenza e di ostilità tendenziale, oltre che di implacabile “spennamento”.

La nostra scuola di stato ad esempio non era così inefficiente 50 anni fa pur essendo anche allora figlia del modello gentiliano che tra parentesi è quasi uguale in tutto il mondo dove la separazione tra percorso di studi tecnico e storico filosofico umanistico è sempre vigente.

Da noi questa divisione ha visto però un continuo abbassamento dei livelli della preparazione professionale ed anche di quella della scuola di base a partire dagli anni ‘60.

E questo non per l’invasività del sistema statale ma per la scelta meridionalista di fare dell’insegnamento la professione del ceto medio meridionale che ormai detiene la quasi totalità dei posti sia docenti che di presidi.

La spinta ministeriale sul funzionamento delle scuole è praticamente nulla ed i contenuti che in esse vengono impartiti sono figli delle case editrici dei libri di testo e della libera scelta dei docenti che mai viene discussa nei collegi docenti che sono i controllori per legge delle scelte individuali.

Ma non solo i contenuti impartiti sono assolutamente casual e differiscono non da scuola a scuola ma persino da classe a classe. Anche i regolamenti disciplinari affidati ai singoli consigli di istituto sono mutevolissimi e comunque sottoposti alla moda mediatica e giuridica che sono i due tabù più temuti da docenti e presidi.

Sono arrivato alla conclusione che solo dal livello ministeriale possa partire una riscossa vera, ma ci spero poco perché il livello ministeriale è sempre in mano all’approccio sindacale meridionalistico e non ad una autentica ed inesistente volontà formativa. Volontà formativa generale che non può prodursi visto lo spappolamento culturale del paese dove solo la chiesa cattolica mantiene una stabilità culturale ed organizzativa seppur pencolanti.

A questo punto sorge la domanda, ma allora cosa penso dell’autonomia regionale?

Penso che questa debba svilupparsi e possa farlo parallelamente ad un contemporaneo rafforzamento dell’efficienza ministeriale. Sembra un paradosso ma non lo è. Osserviamo come Passera riuscì a migliorare notevolmente gli uffici postali sviluppando una forte presenza dei dirigenti statali sul territorio e nelle sedi di lavoro degli uffici postali stessi.

Un ministero che miracolosamente sfuggisse al controllo del sindacalismo e del meridionalismo potrebbe cominciare ad ascoltare davvero le scuole e a metter mano alle gigantesche ma semplici riforme necessarie per ridare credibilità ed efficienza alle scuole rispettando, anzi potenziando lo spirito di iniziativa locale.

Senza una sintonia sincera e collaborativa tra centralismo e localismo nessuna riforma cambierà nulla. Un esempio classico è la riforma dei regolamenti disciplinari che il ministro Berlinguer affidò alle singole scuole con un decentramento inatteso e non richiesto, anche perché il regolamento nazionale del 1922 era perfetto e dotato di una assoluta flessibilità capace di adattarlo ad ogni circostanza. Di fatto il ministero si lavò da allora le mani su tutti i provvedimenti lasciando le scuole in balia dei media e delle mode per cui oggi ogni classe scolastica è in preda alla pressoché totale ingovernabilità cominciando dalla prima elementare.

Non esistono scorciatoie, non esiste il giusto merito per l’uno per cento dei giovani più capaci. Esiste il disastro scolastico per il 100% e nessuno indica davvero la via per risolverlo.

Io ci provo da anni con proposte chiare e semplici dove la prima sarebbe fare dell’insegnamento un lavoro a tempo pieno come avviene in tutto il mondo e in tutta Europa ma i nostri europeisti di professione fanno finta di non saperlo. Un docente dunque vero professionista selezionato in concorsi territoriali e con l’obbligo di presenza su quel territorio. Ci vorrebbe poi un esame permanente dei contenuti dei libri di testo ed una distinzione tra scuola di base e scuola secondaria superiore con il diploma in 4 anni sia nel percorso classico che in quello professionale.

Non si può parlare di queste cose? Ciao Giuseppe.

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