Analfabeti scolastici crescono. Tutti cellulare e consolle. Cosa voteranno? Allarme per la scrittura a mano, rischia di sparire

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 di Stefania Piazzo – Che io andrei. Che tu hai. O che tu avessi? Che io dovevo. O che io dovessi? Che tu andavi o che tu andassi? Ah, se io potrei…

Ma questo sarebbe il meno, condito da Xò, xché, nn, vbè. Analfabeti scolastici. Gli adolescenti abbreviano, comprimono, accorciano. Anche gli adulti, a dire il vero. Per carità, lo facevano anche gli “antichi”. Il sistema delle abbreviature è splendidamente rappresentato nei carteggi già di mille anni fa, così come nelle iscrizioni su marmo, quelle dei romani. Basta entrare in una chiesa e trovare i progenitori delle scorciatoie lessicali, quelle che oggi usiamo o vediamo usare per fare prima, per non stare a scrivere tutta la parola, nelle iscrizioni sulle lapidi.

Lo stesso per i testi di letteratura, i documenti notarili. Infarciti di abbreviature che solo la conoscenza della paleografia latina riesce a sciogliere. Una disciplina meravigliosa. Solo che, un tempo, lo si faceva per risparmiare pergamena e marmo. Oggi perché si è pigri e si va di fretta. Ma anche perché non si è più capaci di scrivere una frase di senso compiuto. E la messaggistica che comprime e indirizza il nostro pensiero filtrato nei simboli di una tastiera, sta portando a perdere l’uso per la scrittura a mano.

L’allarme lo dà giustamente la Crusca. “Il recupero della scrittura a mano è un obiettivo importante, anzi importantissimo” per la scuola, dove sempre più spesso i bambini fin dalle elementari mostrano grosse difficoltà con la grafia. “Incoraggiando la scrittura manuale” si sostiene anche la lingua italiana e se ne promuove lo studio e la conoscenza. “Il recupero della scrittura a mano merita grande attenzione, senza demonizzare pc, tablet e smartphone che devono affiancare, non sostituire, la modalità tradizionale di scrittura. Vecchio e nuovo possono convivere, non sono in contrasto, l’uno non esclude l’altro. Accostiamoci al nuovo senza rinunziare al vecchio, è questa la sfida”.

E’ l’Accademia della Crusca a pregare le istituzioni scolastiche a recuperare la “bella scrittura”, perché, attenti bene, “redigere testi scritti in maniera chiara e ordinata è un eccellente allenamento cerebrale”.

Lo storico della lingua italiana e filologo Rosario Coluccia, professore emerito di linguistica italiana dell’Università di Salerno e Accademico della Crusca, ha scritto al ministro Azzolina una petizione, “Promuoviamo la bellezza della scrittura a mano”.

“Fino alla scuola degli anni ’60 del Novecento bambini e ragazzi si sono sempre esercitati nella ‘bella scrittura’. L’ora di calligrafia era inserita fra le materie di studio; poi fu abbandonata, giudicata strumento educativo sorpassato, mortificante della creatività”, si legge.

“Un dato, per quanto esterno, pare difficilmente contestabile: gli studenti dei decenni passati per la maggior parte erano in condizione di produrre temi, riassunti e diari con nitidezza e pulizia quasi tipografiche. Meno gradevole la forma esterna dei testi elaborati da gran parte dei ragazzi di oggi”.

La Crusca parla oggi di testi scritti dagli studenti giudicandoli “incerti e disallineati, con parole mal disposte sul rigo, con i tratti delle singole lettere a volte difficili da decifrare, con vacillanti legamenti tra una lettera e l’altra, con incongrui miscugli di stili e di caratteri nelle stesse parole o nella stessa sequenza di parole: corsivo e stampatello, maiuscolo e minuscolo. Non vale solo per i bambini delle elementari o al massimo delle medie. La difficoltà di scrivere a mano è presente in adolescenti delle scuole secondarie superiori e coinvolge in maniera preoccupante i giovani universitari – sottolinea l’Accademico della Crusca – Spesso gli scritti manuali degli studenti medi e universitari rasentano l’indecifrabilità, con pensieri sconclusionati, in una forma che non rispetta gli standard minimi di coerenza e coesione“.

Non è una questione di estetica e la sentenza terribile della Crusca è questa: “La scarsa connessione neuro-cerebrale tra pensiero e manualità crea ritardi nello sviluppo del linguaggio, parlato e scritto. Ne viene coinvolto il processo cognitivo di bambini e adolescenti, fondamentale perché implica l’esercizio di una capacità umana molto antica (la scrittura è stata inventata più o meno cinquemila o cinquemilacinquecento anni fa), che oggi corriamo il rischio di perdere“.

E qui mi sovviene un ricordo. Quando ancora non si scrivevano sempre gli articoli sul pc, dal facile taglia e incolla, dalla correzione immediata e scontata, tutto veniva fissato solo sulla macchina da scrivere. Seguivo la cronaca nera e la sera in chiusura di giornale ero l’unica a restare in redazione. I colleghi erano già in tipografia e aspettavano l’ultimo mio pezzo di giornata, l’ultimo incidente, l’ultimo ricovero, l’ultimo fatto di giudiziaria. Poteva arrivare anche a mezzanotte, al limite dell’andare in stampa. Non c’era tempo per i convenevoli, si batteva il testo senza possibilità di errore, di tornare indietro e lo si girava via fax al volo in tipografia. Occorreva fare sintesi prima e avere un discorso in testa già pronto. Occorreva saper leggere e scrivere, quello cioè che ci avevano insegnato a scuola. Era necessario prendere appunti al volo. Non c’era internet, i testi si scrivevano sì su pc e si salvavano su enormi floppy disk che a quel tempo si portavano fisicamente in tipografia. Quindi, da lontano, si comunicava solo via fax.

Oggi, abbiamo declinato alla tecnologia queste fasi di produzione del pensiero, col risultato di non avere più persone in grado di parlare, di leggere, di scrivere. Aggiungerei, di comunicare, di fare politica, di governare, di decidere. Di scegliere. Anche quando ci si vuole fare una opinione, e magari votare, quale migliore scorciatoia come facebook, i like, o i follower? D’altra parte sulla scheda elettorale basta solo una grande X. Che i dubbiosi potrebbero, avanti così, trasformare in un Xrò…

Photo by Aaron Burden

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