Voto elettronico USA e referendum lombardo per l’autonomia: c’è un nesso da scoprire?

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di Luigi Basso – Negli USA la contesa elettorale tra Repubblicani e Democratici sta entrando nella fase calda: mancano ormai solo due settimane alla scadenza del termine entro il quale i singoli Stati dovranno certificare la vittoria di uno o dell’altro candidato e, se ciò non dovesse accadere nei tempi stabiliti, il collegio dei Grandi Elettori sarà scelto senza tener conto dei risultati elettorali assegnati dai giornali, ma secondo le leggi dei singoli Stati.
Il clima dunque si sta surriscaldando oltre il livello di guardia consentito: addirittura un ex Presidente ha minacciato il ricorso ai Navy Seals per sloggiare Trump.


Le accuse dei Repubblicani si stanno concentrando in queste ore soprattutto su due società private, la Dominion Voting Systems e la Smartmatic, “colpevoli” secondo le accuse di aver fornito agli Stati ed alle Contee sistemi di voto elettronico e di conteggio altamente inaffidabili e facilmente raggirabili.
Un lungo capitolo di queste accuse riguarda la proprietà effettiva di queste società: secondo i Repubblicani sarebbero società aventi sede legale all’estero e ciò integrerebbe la violazione dell’Ordine Esecutivo del Presidente del 12/9/2018 contro le interferenze elettorali straniere nelle elezioni USA di ogni livello, con conseguente irregolarità del voto.


A far buon peso, secondo il GOP, vi sarebbe anche il fatto che le due società avrebbero legami con la Clinton Foundation, con Soros e col Venezuela.
La sinistra DEM negli USA ed in Europa risponde alle accuse dicendo che si tratta di invenzioni.
Eppure solo tre anni fa la sinistra italica la pensava diversamente sulla Smartmatic.
All’epoca la Giunta leghista Maroni aveva per la prima volta ammesso il voto elettronico in una elezione, il (disgraziatissimo) referendum sull’autonomia del 22 ottobre 2017.
Quel referendum fu un mezzo disastro e non ci riferiamo solo all’inutilità politica del voto che venne poi disatteso da tutti, da Roma, come era ovvio, e pure dalla Lega che ne fu promotrice in sede regionale e che lo affossò quando fu al Governo con i 5 Stelle.
No, non ci riferiamo all’epilogo politico del referendum, ma a quello tecnico.


Il voto elettronico fu un flop storico: ci vollero tempi lunghissimi per avere i risultati con le chiavette coi dati portate in giro da Pony Express, scrutatori obbligati ad attese memorabili nei seggi e altre amenità del genere “Terzo Mondo”.
Cose da pazzi, se si pensa che era una elezione in cui si votava Si o No.
Figurarsi cosa sarebbe accaduto in una votazione con le preferenze, i voti disgiunti, le schede con decine di candidati.


Il Veneto, dove si votava in contemporanea, si affidò al tradizionale voto cartaceo e fece al confronto la figura della Svezia.
La faccenda si concluse, al netto di interventi eventuali della Corte dei Conti, in modo tragicomico: i tablet del voto elettronico donati dalla Regione alle scuole per l’attività didattica si rivelarono di fatto inutili.
La sinistra insorse accusando senza mezzi termini l’amministrazione lombarda leghista di aver affidato l’appalto, costato non poco, a una società straniera, che aveva legami finanziari oscuri, collegata col Venezuela.
Insomma le stesse accuse che oggi i Repubblicani lanciano negli Usa.
Ma quale era questa società?
La Smartmatic, of course?
Forse Trump potrebbe chiedere lumi ai sinistri nostrani e mandare Rudy Giuliani a parlare con molti giornalisti italici che nel 2017 scrissero fiumi di inchiostro sulla performance della Smartmatic in Lombardia.
Quanto alla scelta della Smartmatic da parte della giunta lombarda, vista con gli occhi di oggi, appare piuttosto curioso.
Maroni disse di voler implementare il voto elettronico anche su altre elezioni e di averne parlato con Minniti, all’epoca Ministro degli Interni, tanto per moltiplicare il flop: di un disastro così, del resto, in Italia non si butta via nulla …
Noi diciamo sottovoce che preferiamo il voto su carta: è sicuro, veloce e costa anche meno.
Sapete, per noi liguri non è cosa da poco….

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