Un Partito della Montagna. Autonomia e fronte politico per l’economia strozzata dalla politica che però ammette lo struscio in città

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di Roberto Gremmo – La rumorosa protesta della gente di montagna ha già ottenuto una prima, significativa seppur parziale vittoria perché il governo ha dovuto annunciare la fine ormai vicina dei vincoli sulle attività ludiche e sportive nella neve. Era scandaloso ed indecente che a fronte dell’anarcoide assembramento dello “struscio” metropolitano si ponessero ancora limiti alle attività nelle zone di montagna, strozzando le attività di un’economia già di per se difficile ed in salita.

Certo, riaprire gli impianti ormai a fine inverno e’ una misura tardiva è quasi beffarda, ma e’ sempre meglio di niente anche se non porrà di certo termine al marginalismo delle vallate.

E’ comunque positivo che l’urgenza di far sentire a gran voce (di campane) la protesta delle terre alte abbia creato nei fatti un fronte politico dal basso per organizzare i ceti marginali, fino ad oggi senza vera rappresentanza.Vi sono però due gravi rischi che si possono correre.

E’ forte il pericolo che, come al solito, ci si accontenti di qualche briciola di contributi, senza che si eliminino i grossi ostacoli che bloccano la gente di montagna: scarsa o nulla rappresentanza in enti elettivi ad egemonia dei grossi centri urbani, tassazione vessatoria e non di aiuto (come esiste solo nella zona franca di Livigno), viabilità e trasporti da terzo mondo. Occorre invece una politica di vero vantaggio, come quella che la demagogia partitocratica prevede solo il il mezzogiorno.

Un grave errore sarebbe isolare la lotta per la rinascita ai soli territori alpini. Chi oggi vuole ghettizzare le montagne con pretesti ed alibi intellettualistici lavora, lo voglia o no, per non far vincere le legittime istanze delle zone svantaggiate.

L’autonomia speciale non può più essere limitata a val d’Aosta e Tirolo ma estesa a tutte le valli alpine, come chiesto gia’ nel 1943 dalla Carta di Chivasso. Il privilegio accordato alle cosiddette “minoranze linguistiche” discriminando le lingue regionali è diventato l’alibi per dividere la nostra gente e poterla meglio tenere sottomessa, dando qualche misera briciola ai pochi privilegiati e separandoli da altri ceti popolari, primi fra tutti i contadini delle colline e della pianura.

Qualche anno fa, con l’amico Roberto Vaglio fondammo un minuscolo “Partito della montagna” dalla vita breve e con pochi consensi. Oggi sogno la nascita di un fronte politico rurale e montano oltre che autonomista. Suonano le campane nel borghi alpini dimenticati e chiamano all’azione gli uomini liberi.

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